Allan Peiper, pioniere australiano del ciclismo: “Per gli altri ero un reietto” Allan Peiper, pioniere australiano del ciclismo: “Per gli altri ero un reietto”
Intervista con Allan Peiper,  che racconta: “Avevo 17 anni e zero soldi in tasca”. Per lui il ciclismo era l’unica speranza di sfuggire a... Allan Peiper, pioniere australiano del ciclismo: “Per gli altri ero un reietto”

Intervista con Allan Peiper,  che racconta: “Avevo 17 anni e zero soldi in tasca”. Per lui il ciclismo era l’unica speranza di sfuggire a un padre alcolizzato

australiano

Allan Peiper ha 51 anni, un presente da direttore sportivo della HTCHighroad e un passato da pioniere del ciclismo. Australiano, Peiper negli anni Ottanta è sbarcato con Phil Anderson, maglia Peugeot sulle spalle, ed è stato uno dei primi anglosassoni ad entrare nel ciclismo, all’inizio degli anni Ottanta.

All’inizio furono le Fiandre

«Quando sono arrivato in Europa, ho scelto le Fiandre perché lì potevo imparare il mestiere. Ed è stata dura, molto dura. Perché la solitudine è un nemico insidioso».

Dopo le Fiandre, Peiper ha raggiunto Sean Yates nel team ACBB (Athlétic Club Boulogne-Billancourt), nella banlieue parigina. Qui Mickey Wiegand, il mentore di Jacques Anquetil, gli mostrò le foto di corridori distrutti dal doping. «Non farò mai i loro nomi, ma mi disse “non diventare come loro”. E aveva ragione. Con le anfetamine superi le difficoltà del momento, ma dopo vent’anni il conto da pagare arriva ed è salatissimo».

Dai pedali alla direzione sportiva

Cinque Tour, con le maglie di Peugeot e Panasonic, senza lasciare tracce, poi il ritiro nel 1993, l’acquisto di una casa a Grammont, ai piedi del Kapelmuur, il lavoro come commentatore per la televisione australiana SBS, per Channel Four e per la rivista specializzata Winning. La sua prima moglie vendeva hamburger e salsicce durante le kermesse.

Quando mi sono ritirato, come capita a molti, ho faticato a trovare la mia strada, fino a quando, nel 2005, Marc Sergeant mi ha chiamato alla Lotto. Nostalgia? Un po’ sì, perché ai miei tempi non c’erano i bus attrezzati, ma era tutto più facile, più allegro».

Allan Peiper, lei si sente un po’ pioniere del ciclismo anglosassone?

«Insieme a Phil Anderson (prima maglia gialla australiana al Tour de France, giusto trent’anni fa, ndr) siamo stati i primi, abbiamo aperto una strada. Ricordo quanto è stata dura arrivare in Europa, adattarsi a questa vita, vincere la solitudine e la voglia di tornare a casa.

Era il 1977, lasciai Melbourne… per forza di cose: mia madre era già scappata di casa più volte, mio padre era un impiegato di banca alcolizzato, cambiavamo città ogni sei mesi, seguendo le sue promozioni. Ho cambiato 14 scuole. Un giorno mia madre mi disse “torno da tuo padre”. “Io no” le risposi».

Cosa accadde?

«Frequentavo il liceo tecnico, lasciai la scuola per andare a lavorare in una fabbrica di vernici: vivevo a casa di amici, ho lavorato fin quando ho avuto in tasca i soldi per il biglietto aereo. Un amico, Brian Gillin, che pedalava in pista con me, aveva deciso di andare a Gand per fare carriera, io l’ho seguito. Tutto qui».

Era già un buon corridore?

«Avevo già vinto tre titoli australiani nell’inseguimento, nello sprint e nei 500 metri, titoli vinti con una bici casalinga: il telaio l’avevo recuperato in garage, era quello che mio nonno aveva utilizzato quando era stato campione dello Stato di Vittoria nel 1938».

Quando siete partiti, avevate un indirizzo in tasca?

«Solo il nome di una città, Gand. Sapevamo che era il cuore del ciclismo fiammingo, che c’erano tante corse lì attorno, che potevamo andare alla partenza in bicicletta, risparmiando i soldi della benzina. Dormivo con una dozzina di altri corridori, sdraiato sul pavimento di una macelleria in disuso. E pagavamo pure un sacco di soldi ad un individuo laido, una sanguisuga».

Cosa sognava?

«Semplicemente mi impedivo di sognare. Pensavo solo a sopravvivere, a diventare un buon corridore, andavo a caccia di tutti i premi possibili. Avevo 17 anni e zero soldi in tasca. Il primo anno sono arrivato 39 volte secondo dietro Eddy Planckaert, che mi aveva sputato addosso a Audenarde perché avevo osato sfidarlo per un premio e attaccarlo nel circuito finale.

In Belgio c’erano pochi stranieri, gli altri corridori mi trattavano come un reietto e io ne soffrivo. Così per integrarmi ho imparato il fiammingo e alla fine, i casi della vita, sono diventato amico dei Planckaert, che mi hanno accolto a casa loro, a Nevele».

Finalmente, l’integrazione…

«Dormivano tutti insieme, come dei gitani, io non ci ero abituato. Ho dormito per tre anni nello stesso letto di Eddy e devo dire che mi hanno trattato come un figlio»

Si ricorda del suo primo Tour?

«Era il 1984, feci terzo nel prologo dietro Hinault e Fignon, ho vestito la maglia bianca per dieci giorni. E poi ho tirato le volate a Vanderaerden, Freuler e Van Poppel, non avevo il motore per fare di più. Ma sono contento di quello che ho fatto perché sono stato un compagno di squadra leale e un uomo onesto».

È questo che cerca di trasmettere a Cavendish?

«Sì, proprio questo. Gliene ho parlato al Tour Down Under quando si è presentato con cinque chili di troppo. Gli ho detto che deve imparare ad amare il suo mestiere ed essere più onesto, gli ho detto che deve avere più rispetto anche per i compagni di squadra. E che deve imparare ad essere un po’ più diplomatico. A volte strepita, grida al complotto, sembra quasi che abbia bisogno di avere sempre un confronto diretto con qualcuno e questo certo non lo rende molto amato in gruppo.

Eppure vi dico che, oltre ad essere il miglior sprinter in circolazione è un bravo ragazzo, fragile ed emotivo. Pensate che l’anno scorso, dopo la vittoria ai Campi Elisi, l’ho trovato da solo, in fondo al nostro bus: stava piangendo».

TuttoBici

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tuttoBICI è un mensile dedicato al ciclismo agonistico. Nato nel 1995, dal 2014 ha operato la scelta digitale. In libreria il 1° di ogni mese, dedica spazio a campioni e storie di tutte le categorie, dagli Esordienti ai Prof, raccontate da firme d’eccellenza

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