Giorgia Bronzini, 28 anni, per la seconda volta campionessa mondiale: con la vittoria di Copenhagen è la prima italiana e quinta atleta della storia a centrare la doppietta

di Giulia De Maio; foto di Roberto Bettini

Bronzini è di nuovo campionessa mondiale: intervista dopo Copenhagen

Lei sul traguardo fa il cuore, ma noi per poco non ce lo giochiamo. Una volata da batticuore, fino alla fine. Fin quando Giorgia Bronzini si rialza e grida la propria gioia. Che poi è anche quella di tutti noi, felici per il suo secondo iride consecutivo. Giorgia Bronzini è di nuovo campionessa mondiale.

Il 24 settembre gli aficionados a Copenhagen e quelli incollati davanti alla tivù hanno rischiato davvero l’infarto per un finale thrilling e mozzafiato. Dopo le batoste delle prove a cronometro e di quelle in linea delle categorie minori, dopo nove dei dieci giri in programma percorsi ad andatura regolare (senz’altro snervanti per le ragazze in corsa, ma decisamente poco entusiasmanti), come un arcobaleno dopo una tempesta è arrivata la medaglia che in parte ha salvato l’intera trasferta azzurra in terra di Danimarca.

Giorgia, sei stata davvero una “Maga”: dal cilindro hai tirato fuori un’altra volata da antologia…

«In quegli ottanta metri finali mi è passata davanti tutta la stagione. Ho pensato alla maglia pesante che ho indossato e ai pochi risultati che ho ottenuto, ma soprattutto che questa maglia non volevo se ne andasse dal l’Italia. Sono stata la più forte senza se e senza ma, grazie ad una squadra perfetta. Una vittoria per il gruppo, ma anche per Franco Ballerini e Marina Romoli, che sono sempre nei nostri cuori».

Una corsa impeccabile, un finale da copione.

«Tutto è andato come avevamo disegnato alla vigilia. Ho chiesto io a Cantele e a Longo Borghini di attaccare negli ultimi chilometri perché volevo arrivare con il gruppo un po’ allungato. Monia Baccaille è stata bravissima a tirarmi la volata quando le ho detto che volevo partire lunga.

Mi ha pilotato alla perfezione, scegliendo il varco giusto vicino alle transenne e partendo ai 200 metri. Ai 100 sono scattata io. Bronzini, Vos e Teutenberg libere di esprimersi al cento per cento e ho vinto io».

140 chilometri di attesa, quanto è difficile stare “fermi” fino al momento buono?

«Tanto. In gruppo scalpitavo non poco, ma a quanto pare ho assimilato meglio delle mie avversarie lo stress nervoso, che ha caratterizzato la corsa».

È stato utile vedere le prove dei ragazzi e delle ragazze che hanno corso prima di voi per capire la vera dimensione del percorso danese?

«Sì, è servito tanto soprattutto studiare le gare degli Junior e dagli Under 23 in cui i francesi l’hanno fatta da padroni. Abbiamo capito che la tattica vincente era quella del risparmio, che per arrivare fresche nel finale era obbligatorio limare il più possibile.  E che le fughe su un tracciato così semplice non avrebbero potuto prendere il largo e che attaccare sarebbe servito solo per sfoltire il gruppo».

Idealmente nella mattinata di sabato ti sei svestita della ma glia vinta a Geelong l’anno scorso per metterti quella della nazionale, nel pomeriggio sei però tornata subito a indossare l’iride.

«Già, ci speravo davvero ed è successo. Tra le italiane ero quella che poteva fare meglio su un tracciato del genere, per questo ovviamente ho avvertito un po’ di pressione, ma a dire la verità neanche troppa.

Nel complesso eravamo tranquille perché non eravamo le favorite numero uno, quindi non dovevamo dimostrare niente a nessuno. Riconfermarsi è difficile, ma ci siamo riuscite».

L’arrivo di Rudersdal ha dimostrato di non essere tanto diverso da quello di Melbourne 2010.

«Sì, ma se possibile questa vittoria è stata ancora meglio di quella dello scorso anno perché ci abbiamo creduto tutte e nessuna delle avversarie ha sbagliato lo sprint. Questa volta siamo semplicemente state più brave delle altre. Dopo un anno difficile, condizionato dal peso della maglia iridata, sentivo proprio il bisogno di far vedere di nuovo la vera Bronzini. L’avevo affermato alla vigilia e non sono stata smentita. Certe cose si sentono e tutta la gara è andata come nel più bello dei sogni».

Ritorniamo col pensiero alle reazioni dopo il traguardo delle due battute d’eccellenza. Marianne Vos era in lacrime, e nessuno può biasimarla, per la sua quinta medaglia d’argento; Ina Yoko Teutenberg invece ti ha semplicemente fatto i complimenti ammettendo la tua superiorità.

«Per Marianne si tratta di una beffa atroce: per la quinta volta consecutiva è seconda in questa gara, quattro volte dietro un’italiana. È un’atleta talentuosa e polivalente, capace di vincere su strada, in pista e anche nel cross. Ma finora non di fare il bis con l’arcobaleno dopo Salisburgo 2006 (ha conquistato il suo primo posto d’onore a Stoccarda nel 2007 dietro a Marta Bastianelli, ha poi replicato a Varese dietro alla Cooke, a Mendrisio alle spalle di Tatiana Guderzo e lo scorso anno in Australia battuta sempre dalla Bronzini, ndr).

Nella sua progressione finale credo si sia scoraggiata quando ha intravisto una maglia azzurra. Ha perso più di gambe che di testa. Quest’anno ha vinto tutto e ha dimostrato ancora una volta di essere una fuoriclasse, potevamo batterla solo con il gioco di squadra. Lei è una forza della natura, ma noi abbiamo dimostrato di possedere un mix perfetto di testa e gambe.

Magari in futuro vincerà meno durante l’anno e punterà di più al mondiale. Ina credo invece sia partita già rassegnata, dall’inizio della corsa penso sapesse che avrebbe dovuto fare i complimenti a un’avversaria. L’arrivo non era uno dei suoi preferiti, ma quello di Copenhagen era uno dei pochi mondiali che poteva finire e in cui avrebbe potuto conquistare una medaglia. Non ha cercato davvero la vittoria, ma il podio e l’ha centrato».

Salvoldi di te ha detto: «Agli appuntamenti che contano non sbaglia mai. Giorgia non sente la pressione, è incredibile. Le avevo detto soltanto: “Qui si può rimontare anche negli ultimi trenta metri, credici”». Credendoci sei riuscita a eguagliare quanto, tra gli azzurri, hanno fatto soltanto Gianni Bugno (1991-1992) e Paolo Bettini (2006-2007). Quanto è difficile riconfermarsi?

«Dino sa che sotto pressione sono una che rende bene. Per non sentire troppo la responsabilità per me è stato fondamentale avvertire la sua fiducia, quella delle altre azzurre e dell’intero movimento femminile. Nei giorni prima del mondiale ho ricevuto tanti sms da parte di altre colleghe italiane, che mi incitavano. Questo affetto l’ho tramutato nell’energia e nella grinta indispensabili per compiere un’impresa».

La tua vittoria ha risollevato il morale in casa Italia. A proposito delle corse che hanno preceduto la tua, come valuti quella delle junior, che sembrava alla nostra portata?

«Meritavano la medaglia. Per quanto ho avuto modo di conoscerle, posso dire che hanno tutte le qualità per dire la loro in futuro. Secondo me, sono sulla buona strada. Credo che in questi giorni passati insieme abbiano imparato a sdrammatizzare l’agitazione del pre-corsa e a fare gruppo. Ho parlato con loro in più occasioni, non per dare loro suggerimenti particolari, ma per smorzare un po’ la loro tensione.

Sono una a cui piace fare un po’ di caciara, a cui piace divertirsi e mettere a proprio agio gli altri. Noi “grandi” ancora una volta abbiamo dimostrato di essere una squadra vera, di sapere come si corre, di essere un gruppo affiatatissimo, in cui ogni elemento da tutto per gli altri. Spero le giovani abbiano appreso qualcosa da noi così che in futuro possano dare continuità a questa scia azzurrairidata ».

Lo spirito di squadra sembra proprio essere l’ingrediente vincente delle formazioni schierate dal CT Salvoldi. L’unione in – dub biamente fa la forza, ma ogni singola compagna è stata fondamentale per questo tuo successo.

«Dalla prima all’ultima, tutte hanno dimostrato di credere in me e nel mio sprint. La loro fiducia mi ha dato una carica fondamentale. Erano tante le persone convinte che potessi riconfermarmi, anche per questo non potevo sbagliare. La squadra è stata perfetta, abbiamo fatto vedere ancora una volta che siamo da prendere ad esempio.

La fatica più grossa della gara è stata quella nervosa, continuavo a chiedermi “Arriva o non arriva questo sprint?”. Ma Tatiana Guderzo mi è stata sempre vicina e mi ha tenuta tranquilla. Gli attacchi di Noemi Cantele ed Elisa Longo Borghini erano studiati.

Di Monia Baccaille c’è poco da dire, avete visto che volata mi ha lanciato. Valentina Scandolara, Elena Cecchini e Alessandra D’Ettorre hanno tenuto sotto controllo la corsa, bloccando i tentativi più pericolosi. Importante è stata anche la riserva “attiva” Marta Tagliaferro. Tutte le ragazze si meritano un grazie enorme da parte mia».

Quanto è stato importante avere al tuo fianco due compagne di club come la Cecchini e la D’Ettorre?

«Tanto. Elena è stata la mia compagna di stanza e in qualche modo ci siamo compensate: io l’ho rassicurata quando ha dimostrato di avere un po’ di paura per la sua prima esperienza mondiale tra le Elite e lei a sua volta mi ha calmata quando anche io ho iniziato a sentire la tensione.

Alessandra è un elemento fondamentale del gruppo azzurro. È una veterana, sentire la sua voce in gara mi ha dato quella sicurezza di cui l’assenza delle radioline fa sentire il bisogno. Sicuramente la loro presenza mi ha permesso di essere più tranquilla, ma la maglia che indossiamo tutto l’anno sulle strade del mondiale svanisce sotto quella azzurra.

Emblematico dello spirito di squadra che lega chi corre per la nazionale è stato il lavoro di Monia. Anche se siamo rivali tutto l’anno, si è messa a mia disposizione e il suo gesto è stato indispensabile per la mia, la nostra vittoria. Nonostante il gran casino che c’era nel finale, è riuscita a sentire le mie urla e a fare quello che le chiedevo.

La forza in più della nostra nazionale è proprio il gruppo e il nostro carattere. Siamo italiani, abbiamo un carisma che ad altri manca. Siamo fantasiosi e ottimisti, abbiamo coraggio e astuzia, non ci manca lo spirito di solidarietà».

Fondamentale per arrivare così in alto è anche avere in ammiraglia un tecnico che ti dirige e segue da anni.

«E che tecnico… Se in dieci anni ha collezionato 108 medaglie d’oro tra strada e pista nelle varie categorie, se è stato capace di portare quattro volte l’Italia sul tetto del mondo negli ultimi cinque anni, ha dei meriti indiscussi. Colla boro con Dino dal 2001, stimo molto il suo modo di lavorare e i “suoi” uomini.

Ogni anno inserisce qualche nuova ragazza (questa volta su otto azzurre, ben tre erano debuttanti: Cecchini e Longo Borghini, 19 anni; Scandolara, 21), così che impari dalle più esperte e porti energia fresca. So che dopo l’arrivo di Copenhagen ha detto: “Durante l’anno fatichiamo ad emergere, ma al mondiale siamo un incubo per gli altri”. È così ed è anche merito suo».

Come l’anno scorso al traguardo con le mani hai disegnato un cuore, possiamo esser indiscreti e chiederti per chi era?

«La persona a cui era rivolto quel gesto sa che era per lei e questo a me basta. Posso dire che mi hanno fatto i complimenti in tanti perché l’ho fatto meglio dell’anno scorso (sorride, ndr). A parte gli scherzi, alcune dediche ci tengo a farle: quest’anno non avevamo scritto nulla sulle maglie o sui guantini, ma nel nostro cuore ci sono sempre Franco Ballerini e Marina Romoli, lei sa che è sempre parte del nostro gruppo ».

Basta avere la campionessa del mondo in Italia, per affermare che il nostro ciclismo femminile sta bene?

«No, ma basta pensare che una decina di ragazze italiane le hanno permesso di vincere questo titolo. Abbiamo un bel vivaio, che promette bene. Per crescere ancora servirebbe uno sforzo in più da parte delle squadre, una maggiore professionalità e andrebbe sottolineato il valore del nostro movimento rispetto a quelli esteri.

Ci mancano le strutture, non i talenti. Questo mio bis spero che possa portare più considerazione e qualche sponsor in più nel ciclismo femminile. La federazione ci sta aiutando, ma si può e deve fare ancora molto. È arrivato il momento di considerare alla pari uomini e donne.

Le dichiarazioni di McQuaid

Pat McQuaid, durante una conferenza stampa indetta poco prima che partisse il nostro campionato del mondo, ha affermato che il ciclismo femminile non è pronto per ottenere tutele sindacali come, per esempio, un minimo salariale per tutte le atlete.

Io dico, invece, che questo momento è giunto e già da un po’: il ciclismo femminile deve fare dei passi avanti importanti. Con questa maglia addosso cercherò di dar voce alle esigenze delle cicliste, come già sta facendo magistralmente Noemi Cantele (recentemente nominata componente della Commissione Etica dell’Unione Ciclistica Internazionale, ndr).

Prima di tornare in Italia avrei voluto parlare con il presidente dell’UCI per fargli notare che la mia maglia vale tanto quanto quella di Cavendish e che la campionessa del mondo a cronometro Judith Arndt nella pro va contro il tempo è andata più veloce di molti ragazzi Under 23: non sono riuscita ad incontrarlo, ma presto gli dirò qual è il mio pensiero».

La prontezza e la velocità che hai dimostrato nella rampa finale del percorso mondiale è frutto anche della tua attività su pista. L’anno prossimo ti vedremo nei velodromi?

«Certo, continuerò ad allenarmi in pi – sta e punterò al campionato del mondo della corsa a punti (titolo che Giorgia ha conquistato nel 2009, ndr). Forse prenderò parte a una prova di Coppa del Mondo, ma non alle Olimpiadi perché voglio concentrarmi sulla prova in linea».

Oltre all’appuntamento di Londra, per quanto riguarda la strada quali saranno i tuoi obiettivi?

«Correrò ancora per la Forestale, difendendo i colori della Colavita Forno d’Asolo. Spero di portare con più eleganza dell’anno scorso la maglia irida, quindi di vincere di più (Giorgia vanta 62 vittorie in carriera, di cui 7 conquistate nel 2011, ndr)».

Prima di tornare a concentrarti sulla bici, ti godrai i meritati festeggiamenti e le tanto attese vacanze…

«Per forza! Rispetto all’anno scorso sento proprio il bisogno di “staccare”, sia la testa che il corpo, per ricaricare le pile. Voglio godermi un po’ di relax con le persone che mi sono più care. Ai campionati italiani su pista ci sarà l’occasione di festeggiare con gli amici della Forestale e, al ritorno dal mare, organizzerò senz’altro qualcosa per ringraziare come si deve le azzurre e tutto lo staff della nazionale.

Un anno fa regalai alle mie compagne di avventura un orologio, per questa vittoria sto ancora pensando a qualcosa che possa essere di loro gradimento. Vorrei qualcosa di significativo e utile. Io invece mi regalo un tatuaggio, mi ero ripromessa di segnare questo momento sulla pelle. Quale sarà il disegno? Non lo so ancora, ma non penso riguarderà direttamente il mondiale, avrà un significato più legato al privato».

La prima maglia iridata hai detto che ti ha cambiato la vita e ti ha dato tanta responsabilità. Vincendo la seconda di fila, hai stabilito un record di cui poche possono fregiarsi. Infatti, sei la quinta atleta della storia a vincere per due anni consecutivi la corsa iridata su strada. Prima di te c’erano riuscite soltanto la sovietica Konkina (1970-71), la francese Longo (poker dal 1985 all’89), l’olandese Van Moorsel (1991-93, le ragazze non disputavano la corsa iridata nell’anno olimpico per lasciare spazio ai Giochi) e la svedese Ljungskog (2002-03). Che effetto ti fa entrare nella storia del ciclismo?

«Non mi rendo ancora conto di aver realizzato un’impresa. Sono solo molto felice che il mio nome comparirà negli albi d’oro due volte di fila».

A essere bicampionesse del mondo non si rischia di montarsi la testa?

«No, la Giorgia resta sempre la Giorgia (sorride, ndr). Una ragazza piacentina di 28 anni per cui il ciclismo è la passione più grande, oltre a un lavoro. Che ha iniziato a pedalare per gioco, dopo aver visto una gara di giovanissimi vicino a casa ed essere rimasta affascinata dalle bici da corsa.

Che in sella a una Raimondi di un rosso un po’ spento, con le gabbiette e il cambio sul telaio, alla sua prima corsa ha chiuso penultima coi maschi, precedendo però l’unica altra ragazzina in gara. Quella bambina che amava lo sci e impazziva per la Compagnoni, che faceva ginnastica artistica. Quella donna solare, disordinata e testarda, che ama cucinare e va pazza per il vino bianco frizzante.

Quella che continuerà ad andare in giro sulla jeep CRV che ha comprato l’anno scorso, che vivrà nel suo appartamento di sempre e che al massimo riceverà qualche complimento in più. Una campionessa del mondo, che non si sente “arrivata” e continua a sognare risultati importanti».

Come i cinque cerchi?

«Sono uno dei miei due-tre sogni nel cassetto. Mi manca l’oro olimpico, quindi un pensiero alle Olimpiadi lo faccio già da ora. Londra mi aspetta e, anche alla luce di com’è andato il campionato del mondo, possiamo dire che sono tra le atlete che possono contendersi il prestigiosissimo titolo in palio.

Questa vittoria iridata dovrebbe garantire all’Italia femminile ben quattro atlete al via: anche quel percorso mi si addice e poter contare ancora una volta sulla squadra sarà fondamentale. Per la partecipazione ad Atene 2004 mi ero fatta tatuare uno gnomo sulla gamba destra. Lo gnomo appartiene al mondo della fantasia come, per ora, i Giochi Olimpici».

Una fantasia, che solo una campionessa come Giorgia Bronzini può far diventare realtà.