Dopo un testa a testa con Andy Schleck, Cadel Evans ha vinto il Tour de France: In questa intervista il campione si racconta, dall’infanzia alle vittorie

Cadel Evans ha vinto il Tour de France: ecco l'intervista-ritratto

Possiamo dirlo? Dobbiamo dirlo: ha vinto il migliore. Lo diciamo noi, lo dicono loro: i corridori. A Grenoble, prima e dopo la cronometro, chi più chi meno sperava che a vincere il Tour de France fosse proprio Cadel Evans, l’eterno secondo che secondo tutti è stato l’uomo più continuo, capace e determinato, generoso e udite udite anche fortunato.

Cadel Evans ha vinto il Tour de France

E con lui hanno vinto il ciclismo e lo sport. Due le immagini di una corsa bella e tirata. Due cronometro: una in montagna, sul Galibier, quando Andy Schleck fa la sua innegabile impresa. Il più giovane dei fratellini se ne va tutto solo quando al traguardo mancano più di sessanta chilometri. Dietro, anche lui tutto solo, Cadel Evans ad inseguire, con i migliori a sfruttare la scia e a succhiare la ruota dell’australiano.

Due prove contro il tempo; due prove di grandissima spettacolarità e forza. Andy contro Cadel. Cadel contro Andy. Sul Galibier solo apparentemente vince il più giovane dei fratelloni: a trionfare per davvero è Cadel Evans, che salva la sua corsa, che salva il suo Tour. E due giorni dopo si su pera disputando la crono più bella della sua carriera.

Poco più di una maratona (42,5 km): chi c’è, c’è

Evans insegue i fratelli Schleck, anche se lui parte prima di loro: deve recuperare 57”a Andy e 53”a Frank. Al via già si capisce come andrà a finire: Evans è una palla di cannone, compatta e violenta. I fratelloni ingessati, rigidi e poco dinamici.

Cadel sull’Alpe d’Huez ha pensato tutta la notte a raccogliere le sue residue forze per cogliere finalmente il successo più agognato. I fratelloni hanno trascorso il loro tempo, fino a notte fonda, a festeggiare una vittoria che sarebbe svanita nell’arco di ventiquattro ore.

C’è chi sogna ad occhi aperti senza andare a dormire e chi sogna svegliandosi dopo un dolce riposo. Poi c’è chi fa della presunzione la propria arma di difesa e chi dell’umiltà il proprio credo d’attacco. C’è chi pensa di aver vinto e chi non crede di aver perso.

Gli Schleck scendono dal piedistallo e ci sale quello che per tutti, soprattutto i corridori del gruppo, considerano il vero vincitore del Tour. Non è un mistero: i fratelli Schleck non piacciono, per i loro modi da superstar, da fenomeni che nemmeno Contador – che fenomeno lo è per davvero – ha.

Torniamo a Grenoble

Torniamo a quel fantastico pomeriggio datato 23 luglio 2011. Dopo 15 km Evans ha già ripreso 36”a Andy e 34”a Frank. Poi al km 20 pareggia i conti con la maglia gialla. E continua così, fino all’ultima pedalata, con cui chiude secondo a soli 7”da Tony Martin, vincitore di giornata, ma rifila 2’31” a Andy e 2’34”a Frank.

Il Tour è suo: a 34 anni 5 mesi è il vincitore di Tour più anziano del dopoguerra e il terzo di tutti i tempi dopo il belga Firmin Lambot (vinse nel 1922 a 36 anni) e il francese Henri Pellissier (re nel 1923 a 34 anni e 6 mesi). Quella di Cadel è la vittoria della forza e della lucidità.

Se la sorte non ci mette lo zampino, lui ci mette la testa. Sui Pirenei scala e controlla, sulle Alpi trema e gestisce, senza farsi consumare dalla paura di vincere o farsi inghiottire dal panico di perdere: neanche quando Andy lancia il suo attacco sull’Izoard.

È la vittoria della tenacia, del rigore, dell’onestà

«È la vittoria di Aldo Sassi», dirà subito lui, appena un giornalista gli pone il microfono sotto il naso. È la vittoria che accontenta tutti, a sentire loro anche i fratelli Schleck. A Grenoble, nel Palasport dove ogni anno si corre la famosa Sei Giorni e dove il Tour ha allestito la sala stampa, la vittoria di Evans è accolta e accompagnata da un boato. Ho visto colleghi abbracciarsi e tutti, quasi tutti si sono alzati in piedi per applaudire la maglia gialla appena ha fatto capolino per la conferenza stampa finale.

Evans, che Tour è stato?

«Bello, duro, aspro ma anche molto emozionante fino alla fine, con tre corridori in un minuto, in lotta per la vittoria fino all’ultimo giorno. Voeckler ha sorpreso, Contador è stato davvero immenso nonostante i problemi incontrati e le tre cadute. Hushovd e Boasson Hagen hanno incantato.

Cavendish ha confermato di essere il velocista più forte del pianeta. Bravo, bravissimo Pierre Rolland, che ha portato a casa la maglia bianca di miglior giovane, ma soprattutto ha vinto sull’Alpe d’Huez che vale tanto, tantissimo nella carriera di un corridore. Non meno bravo Samuel Sanchez, che ha vissuto giornate felici e alcune meno, ma merita la maglia di miglior scalatore, lui che è davvero una grande grimpeur».

E gli italiani…

«Basso e Cunego si sono difesi. Più Da miano di Ivan anche perché Basso al Tour ci era arrivato con bel altri propositi. A Luz Ardiden mi aveva impressionato per brillantezza. Ho pensato: “Ivan ci farà vedere i sorci verdi”. Poi si è spento.

Damiano dopo aver corso un grande Giro di Svizzera è stato bravissimo anche in Francia. Ha dimostrato di poter fare cose egregie anche nelle corse di tre settimane. Ha ragione lui a crederci.

Bravi Marcato, bravissimi i nostri Ivan Santaromita e Manuel Quinziato, due ragazzi che hanno dato il cuore, che hanno fatto gruppo, che si sono spesi tutti i giorni con grandissima abnegazione. Forti la prima settimana a limare tra la pioggia e il vento. E pure nella seconda, in quella forse più delicata. Forti, fortissimi nella terza, quella decisiva, dove si deve dare tutto, ma bisogna anche saper ragionare, capire, trasmettere.

La squadra per me è stata fondamentale: è stata la mia forza. Ivan e Manuel due pedine importantissime nell’economia di una corsa come il Tour».

Nella crono di Grenoble l’Evans più forte di sempre?

«Credo di aver corso un grandissimo Tour: bene dall’inizio alla fine. Però nella crono non sono stato eccezionale perché altrimenti avrei vinto la tappa. Al Delfinato avevo capito che con le gambe giuste si poteva fare una bella differenza».

Quando ha capito che si poteva vincere?

«Sapevo che battere gli Schleck non sarebbe stato facile, ma ho subito avuto lasensazione che sarebbe stato un grande giorno».

Quali sono stati i momenti più difficili?

«Francamente ce ne sono stati tanti, so prattutto nelle prime giornate quando bisognava sempre stare nelle prime dieci posizioni del gruppo. Era importante arrivare ai Pirenei con una buona posizione in classifica».

C’è un segreto che accompagna questo trionfo?

«La squadra, l’organizzazione. Tutto è pianificato. Di mio ci ho messo molta preparazione e un po’ di esperienza» .

Il momento chiave?

«Essere stato sempre regolare, senza grandi cedimenti».

Come mai ci sono voluti dieci anni prima di arrivare ad un trionfo che ha sfiorato per ben due volte?

«Nel 2005 ero in un team, la Davitamon, che ha lavorato molto per aiutare McEwen a vincere tre tappe. Nel 2007 e nel 2008 sono andato molto vicino al successo (2° a 23”da Contador e 2° a 58” da Sastre, ndr). Lo scorso anno sono stato molto sfortunato cadendo e scheggiandomi il gomito dopo essere andato in giallo».

A chi dedica questo Tour?

«Mi sono innamorato del ciclismo guardando Indurain al Tour. Da allora molte persone mi sono state vicino e mi hanno aiutato e incoraggiato. Una mi è stata più vicino di tutti e oggi, purtroppo, non è qui con me a godersi questo mio trionfo. Questa persona speciale è Aldo Sassi. Lui è sempre stato convinto – più del sottoscritto – che un giorno questa vittoria sarebbe arrivata.

Ecco, oggi vivo forse uno dei momenti più belli della mia vita, ma sento che qualcosa mi manca. Nel profondo del cuore ho un dolore. Il dolore è non poter condividere con una persona per me troppo importante questa straordinaria vittoria».

In Australia è uno dei più bei simboli dello sport: per lei il primo ministro haproclamato un giorno di festa nazionale…

«Gioia su gioia. È bello poter condividere ».

Cadel, qual è stata la sua prima bicicletta?

«Una bmx arancione. Avevo due anni. Per andare a trovare il mio migliore amico dovevo fare 7 chilometri».

Dove abitavate?

«A Upper Corindi, nel nuovo Galles del Sud, Australia. In una comunità di aborigeni. La nostra era l’unica famiglia di bianchi. Avevo sei anni quando papà Paul e mamma Helen si sono separati. Papà è rimasto lì, noi ci siamo trasferiti ad Arthurs Creek, vicino a Mel bourne.

Anche lì, nel mio destino sempre e solo bici. Dieci chilometri per andare a scuola e altrettanti per tornare. E avevo otto anni quando colpito da un cavallo, sono entrato in coma. Per sei giorni ho dormito, quando mi sono risvegliato non ricordavo più nulla e per cinque anni ho sofferto di fortissimi mal di testa».

In principio fu mountain bike.

«Prima gara a 14 anni, nel ’91. Più che una gara una garetta, però mi piaceva. Mi sembrava divertente, e poi attorno a casa c’erano tante colline. Ho sempre amato la libertà, gli spazi e la bicicletta mi poteva dare queste due cose».

A 15 anni entra nel Club Flat Tyre Fliers (letteralmente: “le gomme sgonfie che volano”), e conosce l’allenatore Grundy,ma go australiano dello sport.

«E pensare che in quel periodo ero davvero confuso e indeciso. Avrei voluto fare il cameraman o la mountain bike: scelgo la bici e arrivano tante soddisfazioni, anche una coppa del mondo».

Poi la volta del ciclismo su strada.

«Prima gara nel ’94. La vinsi. Più facile, più difficile delle corse fuori strada? Diverso. Alle corse su strada sono approdato pian piano: mi sono subito piaciute. Per vincere nel cross-country occorrono grandi gambe e buona condizione, per vincere su strada occorrono tante cose: testa, esperienza, fiuto e anche quella cosa lì. Sì, il lato B, come dite voi. Anche a Mendrisio, dopo tanta sfortuna, sono stato bravo e fortunato. Senza la fortuna non si va da nessuna parte».

Nel 2001 alla Saeco, poi alla Mapei, con la quale si fa apprezzare in un Giro che lo porta in alto in alto, tanto da raggiungere la maglia rosa, poi il tonfo di Passo Coe, a Folgaria.

«Ma da quella crisi è nato il nuovo Evans. Poi la Ma pei chiude, ma io resto in famiglia. Sem pre al Centro di Castellanza con Aldo Sassi, sempre con Giorgio Squinzi che mi considera come un figlio».

Cadel in gaelico – la lingua arcaica degli irlandesi – significa battaglia. Gli Evans,invece, in Australia ci sono arrivati dal Galles, ed era gente poco raccomandabile: o banditi o galeotti, rapiantati nel 1840 in quella grande colonia penale che a quei tempi era il continente australiano.

«L’Australia ce l’ho nel cuore, è nel mio Dna. Mi mancano tanto il cielo blu e i grandi spazi del mio paese. Qui da voi soffro un po’ di claustro fobia. L’Europa mi affascina per la sua storia, i palazzi, la cultura. L’Italia è un paese fantastico. Grande cucina, grandi vini: Amarone, Barolo e Sangiovese i miei preferiti».

Non ama però la pizza…

«Non ne faccio una malattia. Adoro invece la polenta. Me la faccio fare da mia moglie (Chiara Passerini, pianista concertista, ndr). L’ho conosciuta nel 2002 e nel 2005 ci siamo sposati. Figli? Per ora abbiamo un cane, Molly, un cagnolino che abbiamo comprato al mercato di Gallarate per 30 euro. Io simbolo del ciclismo pulito? Non sono io a doverlo dire, anche se la mia storia è lì da vedere».

Ottavo al Tour 2005, 4° al Tour de France 2006, 2° al Tour 2007 per 23” e ancora secondo al Tour 2008 per 58”Tanti secondi posti, infortuni e incidenti.

«Per molti ero un simpatico perdente. Quando ti mettono un’etichetta è dura togliersela. Io ho stretto i denti, sono andato avanti per la mia strada. Se sono arrivato dove sono oggi è perché tutto ha contribuito a migliorarmi e a fortificarmi».

Cadel in Europa arriva nel 2001. Per due anni abita a casa di Pietro Scampini, uno scultore di Castronno. Poi un osteopata di Gallarate gli sistema la schiena e poco dopo anche il cuore: conosce Chiara, da Ma donna in Campagna, frazione di Gallarate. Lei di ciclismo non sa nulla, lui di musica ancora meno. Lei è diplomata all’Accademia, in pianoforte. Lui l’ascolta rapito, ancora oggi.

«Sono un uomo felice, che fa quello che avrebbe sempre voluto fare. Vinco poco, ma so trarre dalle sconfitte più cocenti gli aspetti più positivi. Ad uno sportivo non si chiede quante volte hai perso, ma cosa hai vinto. Adesso se lo chiedono a me, nessuno può dirmi che sono uno dei tanti. E poi credetemi: si impara più da una sconfitta che da una vittoria. Per questo Andy e Frank Schleck se metteranno a frutto questa sconfitta diventeranno dei corridori migliori».

Lei è migliorato tanto…

«Penso di essere partito da una buona base».

Lei è anche un buon papà…

«Non esattamente. Io e Chiara abbiamo adottato un bimbo a distanza. Gli paghiamo gli studi. Si chiama Tashi, è un ragazzino tibetano che va a scuola a Kathmandu e ora ha sette anni».

Cosa è per lei la bicicletta?

«Libertà. La bicicletta è silenziosa, ecologica e rispettosa. La bicicletta è incontri, è sfida. In bicicletta si vede, si osserva, su gusta, si assapora. La bicicletta è armonia, riflessione e pen siero. La bi cicletta è amicizia: basta un ge sto della ma no, per un saluto. Ba sta essere ciclisti, per sentirsi tutti uguali».

Ma in maglia gialla è uno solo…

«Ma nella storia del Tour, uno dei tanti».