Cesare Benedetti: “Sono un tipo combattivo ma il ciclismo sta morendo” Cesare Benedetti: “Sono un tipo combattivo ma il ciclismo sta morendo”
Cesare Benedetti, atleta 24enne della NetApp, risponde alle domande del nostro botta&risposta. E confessa: “Ce la metto tutta, ma il ciclismo è in declino”... Cesare Benedetti: “Sono un tipo combattivo ma il ciclismo sta morendo”

Cesare Benedetti, atleta 24enne della NetApp, risponde alle domande del nostro botta&risposta. E confessa: “Ce la metto tutta, ma il ciclismo è in declino”

di Giulia De Maio

cesare benedetti intervista

«Sei proprio sicura di intervistarmi? Non ho ottenuto grandi risultati…». Così risponde al telefono Cesare Benedetti, atleta della NetApp alla seconda stagione nella massima categoria.

Chi è Cece?

«Un ragazzo di 24 anni, trentino di Ronzo-Chienis. Figlio di Alessio, pensionato, e Antonella, maestra; fratello di Massimo, che ha sette anni in meno di me e gioca a basket. Sono diplomato al liceo scientifico e amo trascorrere il mio tempo libero all’aperto, preferibilmente in montagna. Sono un appassionato di musica, mi piacciono i Beatles ed Elvis».

Fidanzato?

«Sì, con Dorota. È polacca e corre in bici. L’ho conosciuta a Livigno nel 2007, lei era in ritiro con la nazionale, io ad allenarmi. Da poco si è trasferita a Trento per starmi un po’ più vicino e frequentare l’università, ha appena iniziato la magistrale in Storia».

Quando hai scoperto il ciclismo?

«Nel ’99 grazie alla figlia della mia babysitter, che lavorava per la carovana del Giro d’Italia. Mi regalò dei pass, così andai a vedere una tappa e mi innamorai di questo sport. Le prime gare da G6, per divertimento».

Sei appassionato di altri sport?

«Seguo l’Inter, ma non sono un tifoso accanito. Prima di correre in bici ho praticato a livello agonistico calcio e basket».

Com’è il professionismo?

«Per me non è un obiettivo raggiunto, ma un punto di partenza. Comporta sacrifici, ma non li chiamerei così: ho sempre voluto fare il ciclista, quindi non posso lamentarmi».

Ciclismo fa rima con..?

«Da sempre con popolarità, ultimamente in Italia con declino: sia per quanto riguarda le squadre che le corse, per colpa della burocrazia, della crisi economica e di alcuni personaggi che danneggiano il nostro sport, che già di per sé da fastidio in quanto è gratuito e occupa le strade».

Sei spesso in fuga, possiamo definirti un combattivo?

«Certo. Non ho paura di prendere l’aria in faccia, come al Campionato Italiano. Nell’unica corsa che ho disputato in Italia volevo farmi notare e su suggerimento di Ballan ho provato a portar via un gruppetto, sapevo che sarebbe stato difficile, ma se non si azzarda mai, mai si riuscirà».

Corse in linea o a tappe?

«Senz’altro le se conde. Sono il top per un corridore, tutti i giorni solo gara e massaggi, senza pensare ad altro».

Sei cresciuto nel la UC Bergamasca, una squadra che ogni anno porta atleti al professionismo.

«Ho trascorso tre bellissimi anni alla Gavardo e uno al la Bergamasca, una squadra umana e al lo stesso tempo superorganizzata da far invidia a molte Continental».

Come sei arrivato alla NetApp?

«Tramite Oscar Pelliccioli, ds alla Bergamasca, e Rossella di Leo, la mia procuratrice, sono venuto a conoscenza di questo progetto a lungo termine. La squadra l’anno scorso ha esordito come Continental e sta crescendo (in cinque anni vuole arrivare al ProTour, ndr). Nel 2011 come Professional, abbiamo potuto partecipare a un programma più ampio».

Come ti trovi a essere l’unico italiano in un team straniero?

«All’inizio ero un po’ in difficoltà per la mentalità, di versa in tutto, dall’alimentazione all’allenamento. Ho sofferto soprattutto il passaggio da un clima familiare come quello dilettantistico a quello più duro che ho trovato nel la formazione tedesca. Pur troppo nelle squadre professionistiche è difficile che ai corridori sia riservato un approccio umano, troppo spesso sia mo trattati come numeri e non come persone. In generale mi trovo be ne con tutti i miei compagni e sfrutto l’occasione per migliorare la mia conoscenza delle lingue straniere (par la inglese, tedesco e po lacco, ndr)».

Al secondo anno tra i professionisti stai iniziando a ingranare. Il mese scorso hai raccolto un ottimo 3° posto al Giro di Gran Bretagna dietro a Thor Hushovd e Lars Boom.

«È così. A essere sincero l’anno scorso mi sono “perso”: ero qua si sempre in Belgio, nel ritiro del team, lontano da casa, senza obiettivi precisi… Quest’anno sono partito molto più convinto e strada facendo ho trovato an che qualche occasione per dire la mia. Ho capito che non conviene essere troppo generosi e a volte è meglio ascoltare solo la propria testa».

Cosa ti manca per arrivare alla vittoria?

«Dovrei essere più “self confident”, più sicuro di me».

L’anno prossimo?

«Ho firmato con la NetApp per un’altra stagione. Cercherò di far bene per togliermi qualche soddisfazione e, perché no, per un contratto più prospero».

Ti piacerebbe correre per un team italiano?

«Mi piacerebbe disputare le corse in Italia, non necessariamente con una squadra azzurra. Correre al nord quando in Italia splende il sole non è il massimo, però anche all’estero ci sono belle corse e tanto pubblico. Mi piacerebbe in futuro entrare a far parte di formazioni anglofone, che stanno dimostrando di essere un passo avanti a noi per preparazione e metodi di lavoro».

Cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro da Cece?

«Sono uno con i piedi saldi a terra. Mi auguro di diventare un buon corridore, un uomo squadra e di continuare a fare questo lavoro il più a lungo possibile».

TuttoBici

tuttoBICI è un mensile dedicato al ciclismo agonistico. Nato nel 1995, dal 2014 ha operato la scelta digitale. In libreria il 1° di ogni mese, dedica spazio a campioni e storie di tutte le categorie, dagli Esordienti ai Prof, raccontate da firme d’eccellenza

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