Daniele Bennati in questa stagione ha ottenuto cinque vittorie nonostante il brutto incidente al Giro di Romandia. Ora si gioca la grande partita dei mondiali di Copenhagen

di Giulia De Maio; foto di Roberto Bettini

Daniele Bennati: "Sono pronto per i mondiali di Copenhagen"

Bennati, la grande occasione. Speriamo tutti che il 25 settembre Daniele Bennati riesca a farsi un grande regalo per il suo trentunesimo compleanno, che, il caso vuole, festeggerà proprio il giorno prima del Campionato del Mondo di Copenhagen. L’aretino della Leopard Trek dovrebbe essere la nostra più viva speranza per la conquista dell’iride, l’uomo faro dell’ambiziosa nazionale di cui il ct Paolo Bettini – al momento in cui scriviamo – non ha ancora ufficializzato i nomi.

Per Daniele, che in questo 2011 (finora) sfortunatissimo ha saputo cogliere cinque successi (tre tappe al Circuit de la Sarthe, una tappa al Giro d’Austria e una tappa al Giro di Vallonia), l’appunta mento di fine mese sarà la prova della carriera, la chance di una vita, l’occasione per tramutare un sogno, anzi il sogno, in realtà. Daniele è consapevole di dover fare una volata magistrale per indossare la maglia cui tutti ambiscono. Testa e gambe ci sono. E lui è pronto a dare tutto e a condividere insieme all’Italia intera il regalo che tutti gli appassionati di ciclismo tanto desiderano.

Come stai?

«Ora bene. È stata una stagione difficile, ma ormai mi sono ripreso e tutto sembra procedere per il meglio. Non ho più dolori e sono molto più in forma di quanto pensassi. Dopo lo stop di ol tre un mese, ho ricominciato con tanta determinazione e ho lavorato duramente per ritrovare le migliori sensazioni. Ho vinto sia in Austria che in Vallonia e al Giro di Danimarca mi sono piazzato al secondo posto in classifica. Mi sembra un bel punto di partenza. Ora la Vuelta: pochi arrivi per gli sprinter, ma l’importante sarà preparare al meglio il mondiale».

Quest’anno hai dovuto affrontare mille problemi, a partire dalla brutta caduta che ti ha impedito di prendere parte al Giro d’Italia.

«Sì, a fine aprile la caduta al Giro di Romandia ha fatto saltare in aria i miei piani. La frattura in più punti della clavicola destra e l’incrinatura di quattro costole mi hanno fatto soffrire parecchio, ma ormai tutto è passato».

La stagione è stata soprattutto rattristata dalla scomparsa di un tuo compagno di squadra, Wouter Weylandt.

«Questa tragedia ha scosso l’intero mondo del ciclismo e la nostra squadra in particolare. Wouter era un ragazzo davvero speciale. A gennaio avevamo corso assieme in Qatar e in Oman, poi tanti ritiri, tante corse, tra noi due era nato subito un ottimo feeling. Caratterialmente ci assomigliavamo anche un po’: tutti e due molto tranquilli e riservati. Aveva talento, forse era solo ancora un po’ acerbo, poco cattivo, ma era un fior di velocista.

Io l’avevo scelto come uomo di fiducia deputato a tirarmi le volate. Era molto veloce, tanto è vero che aveva già vinto sia al Giro sia alla Vuelta. Lo ricordo con tanto affetto e mi porto nel cuore tante piccole cose di lui. Come una colazione che questo inverno siamo andati a fare assieme a Maiorca, al termine di tre giorni di duro allenamento. Andammo in una pasticceria e lui si mangiò una bella fetta di torta al cioccolato. Era goloso e felice come un bimbo. Quel sorriso resterà per sempre con me».

Parlando di questioni ben meno drammatiche, che però avranno contribuito a renderti di cattivo umore, cosa ne pensi della delibera presidenziale 30/2011 adottata dal Presidente della FCI Renato Di Rocco che inizialmente chiudeva le porte dei campionati italiani e della maglia azzurra a tutti gli atleti che hanno avuto sanzioni per doping?

«Anche se poi la validità del decreto è stata limitata a chi ha avuto uno stop superiore ai sei mesi, sinceramente ho trovato il tutto un po’ esagerato. Per un’ammonizione che ormai risale a sei anni fa rischiavo di non poter correre, oltre che in Sicilia, anche a Copenhagen. Ciò che più mi ha dato fastidio è stato essere messo alla pari di corridori che hanno commesso errori accertati e ben più gravi di quello che mi era stato imputato. Non voglio entrare in merito al decreto: può essere condivisibile o meno, ma una decisione così importante andava presa in modo diverso».

Chi ti è stato vicino nei momenti più neri di quest’anno?

«La mia famiglia, mia moglie Chiara e mio figlio Francesco su tutti. Francesco ha tre anni e quando ero in convalescenza voleva a tutti i costi giocare e dormire con me, anche se non ce la facevo. Avrei davvero voluto, ma per come stavo era davvero troppo pericoloso e doloroso. Sapete come possono essere vivaci i bambini (sorride, ndr). Ad ogni modo quando sono stato poco bene ne ho approfittato per stare con i miei cari. Oltre a loro, anche la squadra è stata molto comprensiva: non mi ha messo pressione e mi ha dato tutto il tempo di cui avevo bisogno per recuperare al meglio».

Nonostante tutto, cosa salvi delle brutte esperienze che ti sono capitate?

«Nel periodo in cui ero costretto a casa dopo la caduta, la tragedia di Wouter oltre a un immenso dolore mi ha dato una lezione importante. Mi ha fatto capire che non potevo lamentarmi. Sono stato sfortunato, ma in confronto a quanto è accaduto a lui, mi è andata be nissimo. Come i miei compagni ho cercato di assimilare questo brutto colpo e di ripartire, avendo imparato questa lezione per tornare più forte di prima».

Com’è andato il rientro alle corse al Giro d’Austria?

«I primi giorni sono stati davvero duri, oltre che per la fatica, per la paura di ricadere. Avevo timore di muovermi in gruppo, ma un po’ per volta ho ripreso confidenza con la bici e a Vienna, grazie soprattutto al lavoro dei miei compagni, sono riuscito anche a rialzare le braccia al cielo. Anche se ho ritrovato la vittoria, non mi vergogno a dire che non è stato assolutamente facile. A Vienna ho rotto il ghiaccio, ma non ho sconfitto la paura. In Vallonia, quando pioveva e l’asfalto diventava scivoloso, mi sentivo imbranatissimo. Pedalata dopo pedalata le cose sono andate meglio e ora mi sento pronto per le prossime sfide che mi attendono. Il ciclismo è il mio mestiere, il rischio quando ci tocca da vicino ci fa tremare, ma è un ostacolo come un altro che va superato».

Ora il tuo obiettivo numero uno è il mondiale.

«Sembra proprio di sì. Qualunque sa ranno le gerarchie che stabilirà Bettini, la sua fiducia mi onora e sono pronto a ripagarla al meglio. Dopo quello che mi è capitato non pensavo di andare così bene al mio rientro e di poter essere la punta della nazionale a Copenhagen. Duran te la Vuelta, corsa ideale per preparare il mondiale, punto a trovare la condizione dei giorni migliori».

Cosa rappresenta l’iride per te?

«Il campionato del mondo è il sogno di ogni corridore. Per me ora è davvero strano parlarne ai giornali perché non sono un habitué di questa corsa, sono stato riserva a Zolder nel 2002, quando vinse Cipollini, e ho corso a Madrid nel 2005. Non so come potrebbe essere partire con i gradi di capitano. Già vestire la maglia azzurra da gregario è un’emozione indescrivibile, pensare ora di partire da leader nella corsa in cui in palio c’è un titolo così prestigioso non mi sembra ancora vero. Mi “fa strano”, ma mi dà un’im mensa soddisfazione. È presto per dire come an drà, quello che è certo è che io ce la metterò tutta. Voglio sfrut tare fino in fondo quest’opportunità inattesa, ma stupenda».

Daniele Bennati con il compagno di squadra Andy Schleck in occasione del battesimo del Team Leopard Trek.

Potrebbe essere la tua occasione della vita, oggi o mai più.

«In tanti aspirano al mondiale e quando ci si gioca tutto in una corsa di un giorno, lo sappiamo bene, può andare be nissimo come malissimo. Personalmente non ho avuto altre occasioni per dire la mia nella gara più importante dell’anno, potrebbe succedere tutto e il contrario di tutto. Il percorso si adatta decisamente alle mie caratteristiche, quindi potrebbe davvero essere l’unico che mi calzi a pennello da qui a quando chiuderò la mia carriera. Direi che è un motivo in più per fare di tutto per lasciare il segno. Paura? No, voglia di fare».

Cosa significherebbe per la tua carriera vincere questo mondiale?

«Che domanda… È davvero troppo presto per pensarci. Voglio rimare con i piedi per terra per presentarmi al via con testa e gambe al meglio. So bene che non partiamo con i favori del pronostico. Sono sempre andato vicino alla vittoria nelle classiche, ma non ne ho mai vinta una e ci saranno rivali forti e ben più quotati di me. Cercheremo di sfruttare anche questo a nostro favore: le altre nazionali dovranno te nere in mano la corsa, mentre noi po tremo stare più tranquilli (anche se per un mondiale non si può parlare di tranquillità) e aspettare il finale per dire la nostra. Certo la maglia iridata cambierebbe la carriera a chiunque, ma, ripeto, è troppo presto per pensarci. Ora voglio solo pedalare per arrivare il 25 settembre al top».

Com’è il percorso?

«Mi piace molto. Sono 266 chilometri, quattordici giri da ripetere diciassette volte. Sulla carta non sembra difficilissimo, le uniche incognite saranno il vento e il maltempo che a fine settembre in Danimarca non sono così rari. Se la temperatura sarà bassa, la corsa sarà più selettiva del previsto. Il chilometro finale è uno stradone dritto e largo, gli ultimi 500 mt sono al 5-6%. Dopo così tanti chilometri sarà senz’altro una volata impegnativa. Nel caso d’arrivo in gruppo lo sprint dovrà essere impostato ad alta velocità e la squadra sarà determinante sia per tenere cucita la corsa, che per preparare lo spunto finale ».

Quali le formazioni che vedi favorite?

«Le nazionali di punta, chiamate a gestire la corsa, saranno Australia e Stati Uniti rispettivamente con Goss e Farrar e ovviamente il Belgio con Boonen e Gilbert. Sono le formazioni più forti, quelle che potranno controllare i tentativi da lontano. Vedo bene anche la Danimarca di Breschel; forse un po’ meno forte nel complesso la Gran Bretagna, che però può contare sulla certezza Cavendish».

Quali i rivali da temere di più?

«Freire è in crescita, Cavendish, Hushovd, Farrar, Goss e Breschel sono delle certezze, ma chiunque vorrà vincere il mondiale dovrà fare i conti soprattutto con Philippe Gilbert».

Come disegneresti l’identikit del perfetto velocista?

«Non credo si possa stilare un unico profilo, ognuno ha le sue caratteristiche. Basti confrontare Cavendish, che equivale all’esplosività, e Cipollini, il Petacchi degli inizi o il sottoscritto, che invece sviluppano sprint più lunghi e di progressione».

Cos’è per te la volata?

«Adrenalina. L’istinto conta tantissimo: su cinquanta volate che ho vinto, quaranta le ho fatte partendo d’istinto. Quando ho ragionato o aspettato, ho sbagliato».

Com’è messa secondo te la velocità italiana?

«Negli ultimi anni stanno crescendo talenti davvero promettenti… Al momento Cavendish, quando è in condizione, resta però il più forte velocista in circolazione. Nell’ultimo periodo credo sia sempre più evidente quanto sia importante avere due/tre compagni che tirino come si deve la volata all’uomo di punta».

Io ti faccio qualche nome, tu dimmi “velocemente” che te ne sembra… Alessandro Petacchi

«Ha vinto più di 180 corse, non lo si può definire un semplice velocista. È un campione, solo Cipollini e Mc Ewen solo paragonabili a lui. Dopo Mario, Alessandro è stato il mio punto di riferimento. Ho visto più e più volte le loro volate per imparare a sprintare, ho pensato che solo imitandoli sarei potuto diventare un grande velocista».

Elia Viviani

«Lo conosco abbastanza bene perché abbiamo corso insieme alla Liquigas. Secondo me è il più promettente tra i nostri giovani. È veloce, va benissimo anche in pista e si difende bene sui percorsi misti. È scaltro e intelligente, in più ha occhio e questo nei metri finali conta molto».

Andrea Guardini

«Il suo unico neo è la salita, ma ha tutto il tempo per migliorare. Spero per lui che possa fare un percorso di crescita come quello di Cavendish. In volata, tra gli italiani al momento è il più for te».

Sacha Modolo

«L’ho visto al Giro di Danimarca: sta passando un grande periodo di forma, sta andando fortissimo. Dopo il 4° posto alla Sanremo al primo anno da professionista si era un po’ perso. Ora che si è ripreso, sta dimostrando che quel risultato importante non è arrivato per caso. La distanza sulle gambe ce l’ha di sicuro, lo vedo bene per le classiche».

Giacomo Nizzolo

«Se ne parla poco, ma se guardiamo i suoi risultati al primo anno tra i professionisti si è piazzato tantissimo. Da dilettante se la giocava con Guardini, quest’anno ha avuto senz’altro meno spazio del veronese perché alla Leopard ha sempre dovuto mettersi al servizio dei compagni più esperti. Ci crede, sa il fatto suo ed è sveglio. Secondo me ha tutte le carte in regola per diventare un ottimo sprinter».

Francesco Chicchi

«A livello di esplosività è paragonabile a Cavendish. Non posso permettermi di dire quale sia il suo limite: forse l’allenamento, forse l’impegno costante… Per il talento che ha a disposizione però sono sicuro che potrebbe raccogliere molto di più».

Daniele Colli

«Ha passato un periodo veramente brutto (Daniele ha dovuto combattere contro il tumore che aveva colpito il suo ginocchio sinistro, ndr). Ho fatto due chiacchiere con lui al Giro di Danimarca e l’ho trovato molto bene. Si sta ritrovando e sta tornando ai suoi livelli. Gli auguro il meglio, dopo quello che ha passato se lo merita proprio».

Manuel Belletti

«Non lo conosco benissimo, ma ha dimostrato di essere molto veloce. Anche lui è da considerare tra i giovani più interessanti del nostro panorama nazionale e va tenuto in considerazione».

Oscar Gatto

«Non lo definirei un velocista, ma un passista veloce da sprint ristretti. È più completo rispetto agli altri ragazzi di cui abbiamo parlato, al Giro ha dimostrato che dove c’è un arrivo difficile se la sa cavare alla grande».

Danilo Napolitano

«Anche se ultimamente si è un po’ perso, rimane un grande velocista. Non so cosa gli sia successo, ma credo si tratti di una questione mentale più che fisica».

Ci siamo dimenticati qualcuno?

«Non mi sembra».

E parlando di un certo Bennati, che cosa ci puoi dire? Neanche lui è tanto male, quando si tratta di volate.

«Beh, anche lui è un velocista. A parte gli scherzi, parlare di se stessi non è mai facile, ma se devo raccontare “il Benna”, come tutti mi chiamano, mi descrivo come una persona semplice, che ama stare in famiglia e che quando può, prende la macchina o l’aereo e parte, anche se il viaggio dei miei sogni sarebbe andare nello spazio. Adoro gli animali e ho un debole per le macchine».

Cos’altro?

«Sono cresciuto a Castiglion Fiorentino, vicino ad Arezzo, circondato dall’affetto dei miei genitori, Moreno e Ida, di mio fratello maggiore Samuele e dei miei nonni paterni Gino e Valentina. Dagli 8 ai 10 anni ho corso in bmx e contemporaneamente ho giocato a calcio come centravanti della Polisportiva Olmo. Mi sono diplomato perito elettronico. Sono alto 1.84 cm e peso 75 kg. Dal 2003 abito a Rigutino, un paesino alle porte di Arezzo, insieme alla mia famiglia e al mio adorato cagnolino Pepe, un cocker spaniel completamente nero».

Daniele Bennati è nato ad Arezzo il 24 settembre del 1980 ed è professionista dal 2002.

Com’è nata la tua passione per le due ruote?

«Non potevo rimanere indifferente all’aria di ciclismo che ho sempre respirato in casa. Mio padre Moreno e mio fratello Samuele si dilettavano in questo sport, mio padre ha corso fino alla categoria dilettante e mio fratello ha smesso da allievo. La mia carriera ciclistica ha avuto inizio grazie a mio nonno Gino, che insieme al presidente della Polisportiva Albergo Del Tongo, Ansaldo Morelli, mi regalò la prima bicicletta. Correva l’anno 1990, era estate e la mia prima corsa fu subito un successo, mi classificai primo nel campionato provinciale di Arezzo».

Tra le tue vittorie, quale la più bella finora?

«Quando qualcuno mi fa questa domanda automaticamente nella mia men te le ripercorro tutte, rendendomi conto che ogni volta che ho alzato le braccia al cielo è stato bellissimo perché in ognuna c’è un pezzo di puzzle che va a comporre la mia vita, partendo dalla leggiadria delle prime vittorie di quando ero bambino, alla gioia matura di oggi. Forse però la più bella coincide con il Giro della Toscana, il 1° maggio 2005 ad Arezzo, la mia città.

Vincere tra la mia gente, dopo un anno buio in cui avevo quasi perso le speranze di raggiungere risultati importanti, è stato per me la ricompensa ai tanti sacrifici sopportati e ha acceso in me una nuova luce. Grazie a quel traguardo è maturata in me la consapevolezza di credere e di lottare sempre per realizzare i propri sogni, senza mai lasciarsi andare, stringere i denti quando la strada si fa dura, cadere e trovare sempre la forza di rialzarsi perché dopo la salita c’è sempre, prima o poi, un po’ di discesa».

Cosa fai nella vita quando non pedali?

«Mi piace molto la musica, sono grande fan e amico di Jovanotti, recentemente sono andato a Riccione al suo concerto, è la terza volta che lo vado a vedere quest’anno. Bella musica, tanta energia. Proprio la carica che ci vuole prima del mondiale, per cercare di accontentare anche lui, che via Twitter qualche giorno fa mi ha mandato un messaggio che diceva: “Dai Benna! Regalaci ’sta maglia iridata!”».

Cosa rappresenta per te la bici ora?

«Non è solo un lavoro, ma il colore predominante del quadro della mia vita. Ciò che mi fa stare in armonia con me stesso. In sella alla mia bici, ascoltando nelle cuffie il “Liga”, Vasco Rossi e i Coldplay, giorno dopo giorno esploro il mondo, apprezzo la natura e so gno…».

Che cosa?

«In questo momento della stagione, voi che dite?».