«La vittoria nell’Oscar tuttoBICI mi darà la spinta per crescere – commenta Fabio Aru. – Ho firmato con la Astana ma ho bisogno di fare ancora esperienza»

di Giulia De Maio; foto Team Rodella 2000

Fabio Aru: ecco chi è il vincitore dell'Oscar Tutto BICI under 23

Un Oscar val bene un viaggio, anzi due: Fabio Aru è ormai un habituè sugli aerei che collegano la sua Sardegna al Veneto. «Ho percorso tanti chilometri, ma ne è valsa la pena. Sono tornato a casa dopo un anno sempre in giro a correre, ma ho sempre seguito le classifiche degli Oscar tuttoBICI e sono felicissimo di averla fatta mia.

La Notte dei Campioni a Verona è stata emozionante. Prendere parte all’incontro “I ragazzi dell’89: tre giovani speranze che fanno sognare il ciclismo italiano” insieme a tre talenti come Battaglin, Guardini e Viviani con cui mi sono confrontato da dilettante e con cui dovrò lottare tra i professionisti è stato altrettanto interessante e divertente.

In più, a Pieve di Soligo sono stato premiato con una splendida cucina dai fratelli Lucchetta del Gruppo Euromobil. Mi ha fatto molto piacere conoscere questi imprenditori che da trent’anni sono impegnati nel ciclismo. Ce ne vorrebbero tanti come loro».

A Pieve di Soligo ti sei confrontato con tre ragazzi veneti. Diventare campione al nord è più semplice?

«Beh, sì. Se nasci in Sardegna e decidi di fare il ciclista, oltre a possedere delle capacità devi affrontare maggiori sacrifici. Il primo e più grande? Andarsene dall’isola, da casa, dalla famiglia e dagli amici. Non c’è alternativa.

A me questo è pesato tantissimo: due giorni dopo la maturità ho preparato le valigie e sono partito per il nord Italia. I miei genitori erano contenti e anche ora sono fieri della mia indipendenza. Ma all’inizio ho sofferto parecchio la nostalgia.

Il ciclismo è uno sport duro, dovunque nasci devi essere pronto al sacrificio, ma io posso dire di aver dovuto superare qualche ostacolo in più. Ho visto molti ragazzi miei conterranei che hanno smesso perché non hanno retto la lontananza da casa. Questa difficoltà, secondo me, è il motivo principale per cui ci sono pochi professionisti isolani. Sono felice di aver tenuto duro: ne è valsa la pena».

La classe 1989 va già forte: e voi del ’90?

«Ci sono miei coetanei forti: Moser, Cattaneo, Buongiorno… In un’ipotetica sfida la leva dell’89 però vincerebbe a mani basse. Viviani, Guardini, Battaglin, Trentin, Pelucchi, Ratto, Puccio e molti altri appartengono a un’annata d’oro. Il ciclismo italiano secondo me può ben sperare».

Hai scoperto il ciclismo pochi anni fa.

«Mi è sempre piaciuto, ma non l’ho mai praticato fino a quando ho compiuto i quindici anni. Da quando ne avevo sei, mi sono dilettato contemporaneamente nel calcio e nel tennis, quest’ultimo sport grande passione di papà. Il ciclismo lo seguivo ma non avevo mai avuto l’opportunità di correre.

Ho iniziato a prendere parte a qualche gara di MTB in Sardegna. Poi mi sono dato al ciclocross che mi ha lanciato nel panorama nazionale, quando da Junior ho avuto modo di prendere parte agli Europei, ai Mondiali e ad alcune prove di Coppa del Mondo. Tre anni fa Olvano Locatelli, direttore sportivo della Palazzago, mi ha proposto di cimentarmi anche su strada.

Praticamente le mie prime gare con la bici da corsa risalgono al primo anno da Under 23. Da quando sono dilettante sono quasi tutto l’anno in ritiro a Palazzago (Bg). In Sardegna ci torno per delle toccate e fuga e nei mesi di gennaio e febbraio, quando c’è il clima ideale per allenarsi. Devo ringraziare molto la squadra in cui sono cresciuto, soprattutto Olivano che ha creduto in me e Andrea Cevenini che mi ha permesso di iniziare col cross e di venire al nord».

Ora corri solo su strada?

«D’inverno faccio un po’ di ciclocross per allenarmi e divertirmi, per il resto mi sono concentrato sulla strada. All’inizio non mi piaceva per niente, a differenza del fuoristrada è un ambiente molto competitivo e pensavo non facesse per me. Ero intimidito, poi man mano ho iniziato a tirar fuori le unghie e a trovare il mio spazio».

I fratelli Antonio, Gaspare, Fiorenzo e Giancarlo Lucchetta – titolari del Gruppo Euromobil e sponsor storici della Zalf Désirée Fior – con Fabio Aru, vincitore dell’Oscar tuttoBICI Under 23.

Il 2011 per te è stato l’anno della svolta.

«Sì, sono molto soddisfatto di questa stagione perché sono riuscito a essere competitivo tutto l’anno, senza soffrire cali soprattutto di testa. Le vittorie sono arrivate da luglio in poi, le più importanti soddisfazioni sono state senz’altro il successo nel Val d’Aosta e l’aver vestito la maglia azzurra.

Gli anni scorsi, come si suol dire, ero sempre lì, quest’anno ho iniziato a raccogliere dei risultati concreti. Rispetto alla maggior parte dei miei avversari, mi manca un po’ di esperienza: mi è capitato più di una volta di partire dopo 50 chilometri dal via, di “andare a tutta” e di arrivare agli ultimi 10 chilometri a secco di energie. Ora ho iniziato a capire qual è il mo mento giusto per attaccare (sorride, ndr)».

Insomma, nei prossimi anni puoi solo crescere.

«Speriamo! L’impegno e l’umiltà di certo non mi mancano. Comunque andrà in futuro, resterò il ragazzo tranquillo di sempre, a cui piace frequentare gli amici, navigare su internet e tenersi informato su tutto. L’appassionato di motori, diplomato al Liceo Classico, che vorrebbe un giorno anche iscriversi all’università, magari in Scienze Motorie.

Quest’anno è andato bene, ma sono consapevole che di strada da fare ce n’è ancora tanta. Metto in tasca i complimenti che ricevo, mi dico “bravo” per quello che sono riuscito a fare e riparto da zero per una nuova stagione in cui ancora una volta dovrò dimostrare quanto valgo».

Una stagione che inizia già col piede giusto: il contratto con un team World Tour importante.

«Già. Ho firmato un contratto con l’Astana e da luglio 2012 potrò fare qualche esperienza nella massima categoria guidato da Beppe Martinelli. D’accordo con la squadra ho preferito disputare almeno un’altra mezza stagione tra gli Under 23 per maturare ancora un po’, per crescere e accumulare ancora un po’ di quell’esperienza che mi serve per il grande salto.

Colgo l’occasione per ringraziare questa prestigiosa formazione e per dire grazie ai miei genitori, a mamma Antonella e papà Alessandro, che da quando ero più piccolo mi hanno sempre aiutato a seguire la mia passione, senza pormi alcuna pressione. Un grazie va anche a mio fratello Matteo, che ha 15 anni, pratica nuoto e segue qualsiasi competizione sportiva. Se sto trasformando il ciclismo nella mia professione è anche merito della mia fa miglia e dei sacrifici che hanno affrontato per farmi correre nel nord Italia».

A breve il primo ritiro con l’Astana: emozionato?

«Non vedo l’ora. Ancora faccio fatica a crederci, è davvero un sogno che si realizza. Parto avvantaggiato dal saper già vivere da solo e dall’aver imparato da qualche anno ad arrangiarmi da me in tutto e per tutto, ma dovrò apprendere tanto altro. Quattro giorni a Montecatini e dieci a Calpe, in Spa gna: di italiani siamo in tanti (oltre a Fabio, Gavazzi, Gasparotto, Guarnieri, Masciarelli, Ponzi, Tiralongo, ndr), il Tira è il più esperto e mi ha già preso sotto la sua ala. Mi allenerò spesso con lui visto che abitiamo vicino Bergamo: ho tantissimo da imparare da lui».

Cosa sogni per il futuro?

«Come tutti i giovani, desideravo passare professionista, ora che ho firmato il contratto con l’Astana sogno di maturare nel migliore dei modi per fare del mio meglio e di poter partecipare alle grandi corse, in particolare ai grandi giri. Prendere un giorno il via al Tour de France, la corsa più importante al mondo, per me sarebbe davvero il massimo».