La depressione lo spingeva al ritiro. Ma il ds Matxin e gli amici lo hanno spinto a tornare in sella. Così è nato l’inatteso trionfo di Juan Josè Cobo alla Vuelta

di Francesco Cerruti; foto di Roberto Bettini

Juan Josè Cobo: "La vittoria alla Vuelta è merito anche del ds Matxin"

Solo. Chiuso nella sua stanza per più di una settimana, senza quasi mai alzarsi dal letto. Mentre a fine aprile i vari Contador, Nibali e Scarponi stavano perfezionando la condizione in vista del Giro, Juan Josè Cobo, 30 anni, che meno di sei mesi dopo avrebbe festeggiato in Plaza de Cibeles dal tetto della Vuelta, stava combattendo l’ennesimo round della sfida contro la depressione.  A spingerlo a gareggiare gli amici e il ds Matxin.

Voleva appendere la bici al chiodo

«Dopo un periodo difficile in cui sentiva di non riuscire a rendere abbastanza e di deludere le aspettative di chi credeva in lui – ricorda Josean Fernandez Matxin, direttore sportivo della Geox, scopritore e amico del vincitore della Vuelta – Juanjo mi ha chiamato dicendomi di avere deciso di smettere con la bicicletta.

Io, che lo conosco come un fratello, l’ho lasciato dire e gli ho chiesto soltanto, come favore personale, di prendere il via al Giro delle Asturie. Perché senza di lui non avremmo avuto un numero sufficiente di atleti in gara. Ha accettato e lì, come avevo pensato e sperato, si è riaccesa per lui la scintilla con la bici».

L’impresa alla Vuelta

Dopo le Asturie, Matxin ha spronato ancora il “Bisonte”, soprannome di Cobo per la sua forza e la posizione in bicicletta, ad onorare quella che sarebbe stata l’ultima stagione della sua carriera. Lo spagnolo l’impegno ce lo ha messo. Anche se, per come sono andate le cose, non è ancora arrivato il tempo di lasciare il ciclismo.

Cobo, cantabro di Cabezon de Sal, 35 chilometri da Santander e 45 da Peña Cabarga, la salita dove ha ipotecato la Vuelta, fin da dilettante ha unito un potenziale fisico notevole a una fragilità cronica.

Un talento ancora inespresso

Passato prof nel 2004 con la Saunier Duval, dopo aver fatto lo stagista l’anno precedente con la Vini Caldirola dove allora lavorava il suo mentore Matxin, il cantabro prima di questa Vuelta era un faticatore del pedale come tanti. Ma già aveva dimostrato di essere un talento. La prova di forza di cui si era re so protagonista al Giro dei Paesi Baschi 2007, dominato davanti a grandi campioni, aveva impressionato e ci si aspettava, prima o poi, un altro sussulto di classe.

Partito in sordina e come terza punta Geox, dopo Menchov e Sastre, giorno dopo giorno Cobo si è dimostrato il più attento a non perdere mai le posizioni migliori in pianura e il più costante e reattivo quando la strada comiciava a salire. Non solo della Geox, ma di tutto il gruppo…

Voleva essere un cuoco

E pensare che il vincitore della Vuelta a quest’ora avrebbe potuto essere nella cucina di qualche ristorante, se avesse realizzato davvero la sua idea di mollare tutto per fare il cuoco nell’inverno 2006. Oppure sarebbe potuto diventare il più veloce elettricista della Cantabria, se avesse fatto quello che sosteneva nell’estate del 2009, un altro periodaccio.

Ma il Bisonte deve ringraziare di avere incontrato Matxin che, come è successo in aprile, lo ha sempre fatto sfogare per poi riportarlo sulla bicicletta.

«Juanjo è così, prendere o lasciare – dice con affetto il direttore-amico -. Quante volte mi ha fatto penare, ma questa vittoria ripaga di tutti i sacrifici lui, me e tutti gli altri che gli sono stati vicini nei momenti facili e meno facili. Si sapeva che aveva un grande motore, alla Vuelta ha dimostrato di avere anche un grande carattere».

Un uomo d’onore

Come alla Subida a Urkiola 2004 quando, da neo-prò, dopo aver tirato per Rodriguez e Piepoli, poi vincitore, aveva accusato la fatica e stava mollando. «Se non finisci la gara non ti rinnovo il contratto», lo aveva ammonito Matxin prima di partire. E il giovane Bisonte, pure allo stremo delle forze, non se l’era sentita di abbandonare.

Un paio d’ore dopo l’arrivo di Piepoli, a premiazione e controllo antidoping archiviati, un poliziotto si era avvicinato a Matxin e gli aveva segnalato che il pubblico stava rumoreggiando perché non era possibile riaprire le strade fino a quando non avesse terminato la corsa quell’ultimo corridore in maglia Saunier, che di ritirarsi proprio non ne voleva sapere. Era Cobo, distrutto, che cercava di onorare il suo impegno.

Un errore di valutazione

Da allora a Plaza de Cibeles sono passati anni, momenti bui e belle vittorie. Ma la coppia non si è quasi mai sciolta. Quasi mai perché a fine 2009, dopo una Vuelta in cui il Bisonte aveva chiuso decimo e vinto una tappa, Matxin era in difficoltà e non aveva la certezza di riuscire a costruire una squadra. A malincuore Cobo ha accettato l’offerta della Caisse d’Epargne immaginando che la sua carriera fosse arrivata a un punto di svolta.

«A pensarci adesso non lo rifarei più – ammette il Bisonte. – Ho rinunciato a soldi e a un gruppo magnifico per riuscire a non combinare niente». E a fine 2010, complice anche l’arrivo di Geox, è tornato a riabbracciare Matxin.

Dopo una primavera in cui il Bisonte aveva toccato il fondo, al Giro delle Asturie è cominciata la lenta ma inesorabile risalita. A inizio agosto il terzo posto alla Vuelta a Burgos dietro a Rodriguez e Moreno è stato il primo segnale importante.

«Lì ho capito che alla Vuelta avrebbe sorpreso tutti», ricorda David De La Fuente, suo compagno di camera e primo scudiero da sempre.

L’inizio da Benidorm non è stato il massimo

Geox ventunesima su ventidue nella cronosquadre di apertura. Carlos Sastre critico in pubblico sulla gestione del team; Denis Menchov al terzo giorno già staccato. E il Bisonte che aspetta le salite impegnative e in – tanto tiene tutti sotto tiro.

Dopo otto giorni di gara Cobo era 17° a 1’38” dal leader, il suo ex capitano Purito Rodriguez. Prima della quattro giorni decisiva era già risalito in ottava posizione a 1’27” dal nuovo leader Wiggins.

Nel giorno dell’Angliru, la salita più dura d’Europa secondo molti, il Bisonte cantabro è volato a prendersi la Vue ta. Dopo Jimenez, Simoni, Heras e Contador, è stato lo scalatore che quattro mesi prima voleva smettere di correre a sconfiggere il gigante asturiano. A una settimana da Madrid solo il keniota-britannico Chris Froome poteva impensierire Cobo, e le ultime cartucce andavano sparate salendo verso Peña Cabarga, a meno di un’ora d’auto dal paese del Bisonte.

Questione di motivazione

«Faremo in modo che non vi sia metro di salita senza una faccia nota per Juanjo, una voce che lo inciti e lo carichi», prometteva il giorno della gara Capi, l’amico del cuore dai tempi dell’infanzia. Sospinto dall’entusiasmo del suo pubblico e dalla possibilità di realizzare un sogno, il Bisonte è rimasto incollato alla ruota di Froome ed è riuscito, due anni dopo Valverde, a far risuonare la Marcha Real, l’inno nazionale spagnolo, in Plaza de Cibeles.

«È uno dei giorni più belli della mia vita – gioiva Cobo. – Ho perso tanto tempo negli ultimi anni, Matxin mi ha salvato e mi ha aiutato a costruire un sogno. Spero che questa vittoria mi porti in dote quella consapevolezza che troppo spesso mi manca. E di potere, in futuro, dare ancora gioie enormi alle persone che mi vogliono bene».

Sotto il palco Matxin e Capi avevano le lacrime agli occhi. Forse senza di loro questa Vuelta sarebbe finita diversamente. Ma forse, anche quando era chiuso nella sua stanza, Cobo non è mai stato davvero da solo.

Vuelta, tutti i big costretti alla resa

Gli italiani pregustavano un duello Nibali-Scarponi, gli spagnoli erano divisi fra Igor Anton e Joa quin Rodriguez. Si temevano gli agguati di Wiggins e Van Den Broeck, Menchov e Brajkovic, Fuglsang e Sastre. Eccezion fatta, solo parzialmente, per Bradley Wiggins, nessuno dei big attesi alla partenza di questa pazza edizione della Vuelta è mai stato in corsa per la vittoria finale da quando la strada ha iniziato a salire. A guadagnarci è stata la “classe operaia”.

Fra i primi dieci della generale solo quattro erano partiti da capitani, ma due di loro, Wiggins e Menchov, hanno chiuso in classifica dietro a un gregario. Sul podio Cobo, partito terzo uomo della Geox, a guardare dall’alto due compagni.

Così come già Cadel Evans quest’anno al Tour, a completare la top ten un corridore dal futuro assicurato come Bauke Mollema e tre onesti mestieranti come Maxime Monfort, cortigiano degli Schleck al Tour, Daniel Moreno, uomo di fiducia di Purito Rodriguez, finito lontano per una caduta e Mikel Nieve, in teoria ultimo uomo per lanciare Anton.

Anche nelle volate i big non hanno raccolto nulla. Hanno sorriso giovani emergenti come Chris Sutton, Marcel Kittel e Peter Sagan, con le sue tre tappe il vero dominatore della Vuelta, uomini di classifica esclusi. L’Italia sorride con le vittorie di Bennati e Gavazzi, con il settimo posto finale di Nibali e le ottime prestazioni di Capecchi, Caruso, Montaguti, secondo nella classifica GPM, e Bruseghin.

fra.cer.