Junia Sano, dal Giappone con un sogno: diventare un grande ciclista Junia Sano, dal Giappone con un sogno: diventare un grande ciclista
Junia Sano è arrivato dal Giappone per diventare un ciclista professionista. Suona il contrabbasso in una orchestra e dice «Amo la pasta, il caffè e... Junia Sano, dal Giappone con un sogno: diventare un grande ciclista

Junia Sano è arrivato dal Giappone per diventare un ciclista professionista. Suona il contrabbasso in una orchestra e dice «Amo la pasta, il caffè e la passione che gli italiani mettono in tutto ciò che fanno»

di Laura Guerra

Junia Sano, dal Giappone con un sogno: diventare un ciclista professionista

«Ehi Junia, oggi non corri?». «No, ho corso ieri… Oggi allenamento». È così che è iniziato il viaggio nel mondo di Junia Sano, il giapponese della D’Angelo & Antenucci Nippo Corporation. È volato dall’altra parte del globo per inseguire il suo sogno: diventare un buon ciclista professionista. Alle spalle la laurea in economia e la passione per la musica.

Un uomo che non teme la fatica

Seduti sui gradini del pullman della squadra aspettando che i suoi compagni concludano la gara, ecco che il corridore sempre chino sulla bici, senza paura della fatica, sempre all’attacco e protagonista di belle azioni come la lunga fuga al Gp di Camaiore, ripresa a pochi chilometri dal traguardo, si è messo a raccontare la sua vita evadendo dal suo tradizionale silenzio.

«Noi corridori giapponesi in giro per il mondo siamo in pochi e la stampa del nostro paese non si occupa quasi mai di noi. In Giappone esistono solo i grandi campioni come Contador e Armstrong oppure l’interesse è rivolto verso la tecnologia della bici».

Storie di uomini forti nascoste dietro gli occhi a mandorla.

«Sai, da bambino praticavo il sumo, sono diventato un ciclista soltanto a 22 anni».

Incredibile se si pensa che ora, a 29 anni ha vinto al Tour di Taiwan la classifica di miglior asiatico, ha colto il successo in una tappa al Tour de Hokkaido ed è stato secondo ai campionati nazionali a cronometro dietro a Beppu.

«Un giorno mio fratello Hirokazu, di quattro anni più grande di me, tornò a casa dopo aver fatto 200 chilometri in mountain bike. Per me fu una sorpresa e pochi mesi dopo, spinto da ciò aveva fatto lui, mi comperai la bici anche io. Avevo iniziato soltanto per fare fitness, sapevo che diventare un ciclista avrebbe rischiato di rendermi la vita più difficile ma dopo due anni da cicloamatore e dopo aver preso la laurea, nel 2005 divenni professionista con il Team Bridgestone».

Laurea?

«In economia, anche se in realtà sono un musicista. Mi piace la musica classica, così alle scuole superiori ho iniziato a suonare il contrabbasso. Faccio parte an che di un’orchestra».

Una telefonata interrompe la chiacchierata.

«Per fortuna che esiste skype, così posso parlare comodamente con mia mo glie anche quando sono in Italia. Anche perché, lo confesso, sono un po’ preoccupato: io sono nato a Toukai, vicino a Nagoya, ma ora con lei e la no stra bimba vivo a Kawagoe, una piccola città nella prefettura di Saitama… a 300 chilometri da Fukushima. Il terremoto non ha causato danni al mio appartamento ma il pericolo per le radiazioni nucleari esiste ancora, anche se i media non ne parlano più. Quando il terremoto scosse la nostra terra io ero appena arrivato in Italia e non posso descrivervi la preoccupazione e la paura…».

Nel cellulare, tra gli ideogrammi giapponesi scorrono le foto della sua famiglia.

«Ho conosciuto mia moglie Kanae a 19 anni grazie ad un incidente in auto che mi ha spedito nell’ospedale dove lavorava lei. Ci siamo sposati dopo l’università, nel 2005 e quattro anni dopo è arrivata la piccola Ichica che ora ha 2 anni. In italiano il suo nome significa “Prima”: abbiamo scelto quel nome perché è la nostra primogenita, ma anche perché quel giorno vinsi la mia prima corsa da professionista».

Una bella bambina paffutella… ancora sola?

«Sì, ma ancora per poco: da qualche giorno so che diventerò nuovamente papà».

Ma quando sei in Italia dove vivi?

«A Montegranaro insieme al mio compagno Uchima, in un appartamento della squadra. All’inizio tutto era difficile ma ora mi trovo bene qui, anche con i miei compagni».

Cosa ti piace dell’Italia?

«Amo la pasta, il caffè e la passione che gli italiani mettono in tutto ciò che fanno mentre del Giappone amo l’elevata tecnologia» dice rigirando tra le mani la sua nipponica agenda telefonica e uno specialissimo caricabatterie senza fili.

Ehi Junia, ma cosa sono quei cerotti sulle gambe?

«Ne ho due anche sul collo. È agopuntura. Ho imparato da solo questa tecnica e li applico anche durante la corsa. Hanno un piccolo ago obliquo che si deve infilare in punti esatti del corpo e che mi permette di avere sensazioni migliori. Quando sento qualche dolore, spingo il cerotto e sto meglio. È una tecnica che ho portato in Italia dalla mia terra».

La corsa è finita e la squadra è pronta per ripartire verso un’altra avventura.

«Yaa e Arigatou». Ciao Junia e grazie anche a te.

TuttoBici

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tuttoBICI è un mensile dedicato al ciclismo agonistico. Nato nel 1995, dal 2014 ha operato la scelta digitale. In libreria il 1° di ogni mese, dedica spazio a campioni e storie di tutte le categorie, dagli Esordienti ai Prof, raccontate da firme d’eccellenza

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