Pubblichiamo di seguito le missive giunte al giornale. Tra queste, c’è la lettera aperta che il padre di Eugenio Bani, ha scritto al Presidente Fci Renato di Rocco dopo le frasi offensive sul figlio

La lettera di Fabrizio, padre di Eugenio Bani, al Presidente Di Rocco
Eugenio Bani

Egregio Direttore, leggo sempre la Sua rivista e il sito web e ho sempre apprezzato il Suo interessamento alla vicenda di mio figlio Eugenio Bani, per cui Le invio questa lettera chiedendole gentilmente la pubblicazione. Distinti saluti

Fabrizio Bani

Lettera aperta al Presidente Fci Renato Di Rocco

Egr. Presidente Di Rocco,

Sono Fabrizio Bani, il padre di Eugenio Bani. Ho preso nuovamente carta e penna dopo aver letto l’articolo di Capodacqua su Repubblica, dove sono state riportate alcune Sue dichiarazioni nei confronti di Eugenio e mi sento in dovere di risponderLe.

Mi scusi, Signor Presidente, ma dichiarare che mio figlio “non ha collaborato più di tanto”  non solo è offensivo. Ma equivale a disconoscere completamente la realtà dei fatti e tutto quello che ha sempre riferito sia alla Procura CONI sia alla Magistratura ordinaria e che ha portato a emanare una sentenza che proprio Lei ha definito “storica”.

Le offese

Dire che mio figlio “ha fatto il furbetto” non solo offende, indigna e amareggia la mia famiglia. Ma dovrebbe offendere anche l’intelligenza di chi ha pronunciato queste parole in modo del tutto gratuito e superficiale. Dichiarare che “se ha preso prodotti illeciti, li ha presi lui,” equivale a voler chiudere lestamente un capitolo evidentemente scomodo e, per certi versi, imbarazzante senza voler tener conto delle motivazioni del TNA inerenti la sospensione della squalifica.

La invito a leggere attentamente i verbali di interrogatorio e le testimonianze in originale. Perché queste Sue affermazioni, anche se estrapolate da un contesto certamente più ampio, fatico a credere che possano essere nelle corde vocali della Sua persona e del ruolo che ricopre.

Quando ancora correva buon sangue

Mi chiedo, allora, quante volte abbia maledetto quella lettera inviata a suo tempo a mio figlio. Perché, se potesse tornare indietro, sono certo non la scriverebbe più, piena com’era di tutte quelle belle frasi colme di affetto e solidarietà e dove incitava mio figlio ad andare avanti perché aveva il pieno supporto della federazione e gli auspicava di tornare presto a correre a testa alta.

Mio figlio è tornato a correre a testa alta con la piena consapevolezza di aver fatto il proprio dovere. Ma Lei, caro presidente, quella testa, l’ha sbrigativamente tagliata!, sacrificandola sull’altare di una delibera improvvisata ed iniqua.

Addio professionismo

Le frasi riportate nell’articolo appaiono ai miei occhi crudeli, indisponenti e piene di un risentimento che non riesco a capire; frasi pronunciate nei confronti di un ragazzo che aveva creduto alle Sue parole, che aveva veramente creduto ad un Suo forte supporto nella drammatica vicenda che lo ha ingiustamente colpito e che ha pagato oltremodo per una colpa non propria.

Non solo Lei ha impedito a Eugenio di partecipare agli stage programmati. Addirittura, gli vieta l’eventuale passaggio al professionismo con la possibilità reale di creare danni psicologici enormi in un ragazzo che, come gli altri, si sacrifica da moltissimi anni per raggiungere questo obiettivo.

Tra l’altro questa norma colpisce solo lui e non colpisce assolutamente i faccendieri che si trovavano alle sue spalle e che sono i veri responsabili. “Gli atleti sono l’anello debole della catena” dice nella Sua lettera. Purtroppo, però, sono anche gli unici che pagano veramente.

Eugenio non è l’unico

Mi viene detto, inoltre, che ci sono altri due ciclisti nelle condizioni di mio figlio. Io ho chiesto ad un Suo funzionario i nominativi ma mi ha risposto farfugliando che non si ricordava i nomi… strano, non crede? Se ci sono mi chiedo perché non escano allo scoperto.

Forse perché, come ha scritto un blogger, si tratta di atleti in odore di professionismo o addirittura già passati prof? Sempre lo stesso blogger ha fatto il nome di Trentin pubblicando anche la sentenza di squalifica.

Premetto che non ho assolutamente niente contro Trentin, che stimo e ammiro come atleta. Però ho il diritto di sapere il motivo per cui per lui questa delibera non ha avuto effetto ed ha effetto solo per mio figlio.

Una richiesta personale

Infine, Sig. Di Rocco, ciò che Le chiedo ufficialmente con questa mia lettera è di avere un appuntamento personale, appuntamento che, mi auguro vivamente, non vorrà rifiutarmi. Avrà certamente numerosi impegni ma Le ruberei pochissimo del suo tempo per tentare di affrontare e chiarire alcuni aspetti di questa vicenda. In attesa di un Suo contatto, porgo

Distinti Saluti.

Fabrizio Bani

PEDALO, STO BENE E SONO LIBERO

Caro Direttore, attraverso la sua bella rivista vorrei rispondere ad un articolo scritto da Beppe Severgnini sul Corriere della Sera.

Caro Beppe, dalla splendida spiaggia di Capo Calavà, in Sicilia, leggo il tuo articolo in merito ai “cinquantenni in bicicletta”. Mi permetto di darti del tu perché abbiamo in comune l’età e abbiamo posseduto entrambi il mitico Zundap 125 negli anni Settanta.

Sono un imprenditore che gira il mondo e che trova il tempo di coltivare una sana passione per la bicicletta. Faccio 5.000 chilometri all’anno e ho partecipato a imprese mitiche come la Parigi-Roubaix, la Milano-Sanremo e parecchie Granfondo del Deserto con il grande Andrea Pinarello.

Io, come tanti miei amici, non faccio uso di doping.

Abbiamo capito che per praticare questa disciplina sportiva servono una corretta alimentazione, allenamento e una vita regolare. Andando in bici si socializza e la con divisione di certe imprese ci gratifica, ci fa sentire ancora in forza. Quasi “ancienne prodige”. Tutti noi facciamo i dovuti controlli e nelle gare siamo sempre monitorati dal nostro cardiofrequenzimetro e controlliamo poi i dati sul pc.

La Maratona delle Dolomiti

Nella gara che tu hai citato – la Maratona delle Dolomiti – veri vincitori non sono i primi arrivati ma tutti coloro che con tenacia e una attenta nutrizione sono riusciti a gestire le proprie forze e a concludere il percorso. Il miglior premio è poter dire “c’ero anch’io e l’ho portata a termine”.

So cosa vuol dire “pedalare in salita” e questa metafora la uso frequentemente per descrivere la mia attività d’impresa, per inciso guido la Bric’s che è un’impresa familiare prossima ai 60 anni di vita. Anche noi, sebbene non siamo tra i primi per performances finanziarie, pensiamo di essere – con grande orgoglio – nel grup po di coloro che diffondono il Made in Italy nel mondo.

In conclusione, direi che andare in bici libera la mente e ti mantiene giovane. Pensaci, caro Beppe, abbiamo solo 56 anni e una gran voglia di libertà.

Roberto Briccola – Bric’s Spa