Nel mondo di Mark Cavendish: ecco come è nato Cannonball Nel mondo di Mark Cavendish: ecco come è nato Cannonball
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Reportage

Viaggio nel mondo di Cannonball, l’uomo che ha vinto cinque tappe del Tour e conquistato la maglia verde a Parigi. Terra difficile, la sua, sempre sferzata dal vento. Incontro con gli amici di Mark Cavendish, i compagni di una vita

di Paolo Broggi; foto di Luca Bettini

Nel mondo di Mark Cavendish: ecco come è nato Cannonball

Fare una scappata da Geoff è come entrare nel mondo privato di Mark Cavendish. Geoff Quine vive in un modesto villino di Ballasalla, a sud di Douglas, la capitale (con i suoi 25.000 abitanti) dell’Isola di Man. Da tempo è in pensione dopo aver lavorato per la compagnia di navigazione con la quale Cannonball per andare a correre raggiungeva l’Irlanda o il nord ovest dell’Inghilterra. Sei ore di mare tra andata e ritorno.

Oggi è un treno che riempie le giornate di Geoff, andatura dritta da vecchio lupo di mare. Un autentico treno a vapore attivo su una linea ferroviaria costruita nel 1874, che passa proprio in fondo al suo giardino: «C’è un solo punto in cui due locomotive si possono incrociare e i macchinisti si devono passare un’asta di ferro con la quale scambiare i binari. Devo sorvegliare che tutto avvenga in perfetta sicurezza».

Una vecchia stazione di posta: è questo lo spirito che regna in casa di Geoff

Una dozzina di corridori sono entrati senza bussare. Hanno posato le loro cose vicino ad una stufa a carbone, accesa perché il tempo da queste parti raramente è bello. Si sono seduti attorno ad un tavolo sul quale una enorme teiera borbotta come un treno a vapore e sembra pronta a trascinare vagoni di vassoi di biscottini.

«È la soup run (la zuppa da corsa, ndr), tradizionale appuntamento del mercoledì mattina che Cav non saltava mai – spiega Rob Holden, professionista con la Subaru nel 1992- . Sul tavolo solo dolci “vietati” e un grande spirito di cameratismo, un momento che Mark adora. Questo gruppo è un luogo di trasmissione: Cav qui si è forgiato il carattere, il fisico, l’astuzia perfino a contatto con gente più grande di lui.

Tre ore di bicicletta su queste strade, valgono cinque ore da altre parti. Mark è cresciuto ad una scuola molto rude». Nelle pagine di Boy Racer, la sua biografia, Mark Cavendish lo conferma: «Devi essere un duro, devi avere una grande passione. Altrimenti ci sono sempre troppo vento, troppo freddo e troppe scuse per fare qualcos’altro: il ciclismo qui è un sistema perlomeno curioso per soffrire atrocemente »

Mark Cavendish non è arrogante!

Sul muro del salotto di Geoff, c’è una foto incorniciata: i ragazzi della soup run sorridono allineati in un disordine gioioso. Mark Cavendish è di fianco, le braccia stese e le mani giunte che gli danno un’aria impacciata. Indossa la maglia blu della Columbia: la foto è del 2008, l’anno in cui vinse quattro tappe al Tour. E non c’è traccia dell’arroganza che Marc sembra sfoderare in corsa.

«Arrogante? – si chiede il placido Geoff indicando il pavimento. – Che mi possano seppellire qui subito se mento, Mark non è certo arrogante! Il vero Cavendish è quello che conosciamo qui: modesto, sereno, pronto a preoccuparsi della crescita dei giovani ogni volta che torna sull’isola. Oggi Mark sponsorizza Tim Kennaugh (il fratello Peter, prof alla Sky, ndr) e Chris Whorall finanziando la loro attività in Italia, dove stanno correndo».

Rob Dooley, per tutti Dools, è il miglior amico di Mark Cavendish sull’Isola ed è pronto a spiegare: «Ci sentiamo spesso ma lui non ha mai parlato di questo problema di distacco tra la sua immagine e quello che è davvero, per cui deduco che non sia un problema. Se lo paragoniamo a Freire o Farrar, diciamolo, è un ragazzo tutto d’un pezzo che dice quel che pensa».

Gli inizi

Il gruppo che è a casa di Geoff si è radunato come sempre alle 9.15 e procede vero l’anello d’asfalto del National Sport Center. È qui che tutti i martedì sera 200-250 bambini e ragazzi dai 4 ai 16 anni si trovano per correre ed è qui che Cavendish ha iniziato a correre.

È qui che Mike Kelly l’ha visto per la prima volta: «Mark è venuto prima in sella ad una BMX, poi con una mountain bike – spiega l’atleta che ha partecipato tre volte ai Giochi del Common wealth tra il 1970 e il ’78. – Quando aveva dodici anni è venuto a chiedermi consiglio e sono diventato il suo allenatore.

Quando tornavo dal lavoro, era là che mi aspettava per allenarsi. Un giorno, in pieno sforzo, gli caddero gli occhiali. Stavo per fermarmi ma lui mi gridò: “No, no, continua: torneremo a prenderli più tardi”. Si allenava sempre a tutta, non mollava mai».

Con una lacrima che spunta sul ciglio, aggiunge: «Attorno ai quindici anni gli ho detto “Mark, lo sento, diventerai un grande campione. Allora, ti prego, non scordarti di me…”. Qualche anno più tardi, quando ha vinto il mondiale dell’americana, ho ricevuto una telefonata: “Hai visto che non ti ho dimenticato?” »

Dalla banca ai pedali

È stato Mike Kelly a trovare un posto alla banca Barclays per Mark Cavendish, quando suo padre David e sua madre Adele si sono separati: «Aveva sedici anni e non voleva più studiare. Ho avuto lo stesso problema con mio figlio, che era un buon corridore, e la Barclays era la soluzione ideale. Gli orari flessibili lasciavano il tempo per allenarsi e davano la garanzia di un diploma al termine dell’apprendistato.

La madre di Mark venne a trovarmi, totalmente a digiuno di ciclismo, e mi chiese “Lei ritiene che il suo potenziale sia all’altezza dei suoi sogni?”. Mark sapeva che non avrebbe mai fatto carriera in banca (ci è rimasto due anni, ndr) ma si è sempre impegnato a fondo. Allo sportello è subito diventato il cocco delle vecchie signore che chiedevano espressamente di lui».

Nel suo libro, Cavendish racconta ancora: «Facevo di tutto per rendere il mio lavoro stimolante. C’era un record ufficioso di transazioni fatte in un sol giorno e io mi misi in testa di batterlo».

Un tipo competitivo

La voglia di competizione ha sempre animato Cav, come spiega Andrew Ro che, il vero compagno di allenamento di Mark sull’Isola: «Aveva un video gioco del Tourist Trophy (la corsa motociclistica che ha reso famosa l’Isola di Man nel mondo, ndr). Beh, se qualcuno batteva il suo record, giocava fino a quando non faceva segnare un tempo migliore».

Roche non ha mai smesso di essere stupito da Cavendish: «L’an no scorso eravamo entrambi selezionati per i Giochi del Commo wealth. Dopo la prova in linea è rimasto senza dirmi il perché e il giorno della crono me lo sono trovato dietro, alla guida dell’ammiraglia. Si sporgeva dal finestrino e urlava per incitarmi.

Il primo ricordo che ho di lui risale agli Islands Games, aveva sedici anni. Mi chiesero di tirargli la volata, per me era un signor nessuno. Lo cercai sotto il mio braccio, a destra, a sinistra. Non c’era, poi spuntò da chissà dove e vinse. Quel giorno ho capito tutto».

Oggi Mark Cavendish vive in Italia. Ma nel profondo è rimasto sempre l’amico di Dools, l’allievo di Mike, il ragazzo di Geoff, un talento impetuoso come il mare della sua isola.

Mark Cavendish ha vinto cinque tappe del Tour de France portando il suo bottino personale a quota 20.

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tuttoBICI è un mensile dedicato al ciclismo agonistico. Nato nel 1995, dal 2014 ha operato la scelta digitale. In libreria il 1° di ogni mese, dedica spazio a campioni e storie di tutte le categorie, dagli Esordienti ai Prof, raccontate da firme d’eccellenza