Ecco un irriverente botta&risposta con Matteo Bono. In questa intervista ci svela i momenti migliori e peggiori della sua carriera

di Giulia De Maio

Intervista a Matteo Bono

Matteo Bono è “bono”?

«Dipende dai punti di vista».

È buono?

«In genere sì».

È intelligente?

«Non sta a me dirlo. Sono un ragazzo che si tiene abbastanza informato, diplomato perito meccanico ».

È simpatico?

«Anche questo non posso dirlo io. Credo che le persone che mi frequentano mi reputino per lo meno in gamba».

Matteo Bono è un ragazzo…

«Bresciano di ventisette anni, nato a Iseo e residente a Ome. Un tipo fatto alla sua maniera, particolare e un po’ complicato. Non ho grandi altre passioni oltre al ciclismo, mi dedico totalmente al mio lavoro e quel poco di tempo che ho libero lo trascorro con gli amici».

È un corridore…

«Abituato a fare tanta fatica, che in salita e in pianura si difende bene, non veloce, ma abbastanza completo. Un gregario faticatore».

Bici fa rima con…?

«Amici».

Com’è nata la tua passione per il ciclismo?

«Prima bici (da corsa) a 5 anni, prima corsa a 10, prima vittoria a 15. Mio fratello maggiore Paolo correva, guardando le sue gare mi è venuta voglia di provare a pedalare così ho iniziato a gareggiare da G6. Più che gareggiare sarebbe meglio dire giocare perché fino a junior il ciclismo è stato solo un divertimento».

Dal 2006, anno del tuo passaggio al professionismo, cos’hai raccolto?

«Oltre alle due vittorie (una tappa alla Tirreno-Adriatico e una al Giro di Romandia, ndr) e ai piazzamenti conquistati, mi restano senz’altro le due partecipazioni al Tour de France e le tre al Giro d’Italia, tanti insegnamenti e importanti amicizie nate in gruppo. Soprattutto, non so se sia qualcosa di positivo o negativo, mi rimarrà una vita da vagabondo: un ciclista è sempre in viaggio, sballottato in giro per il mondo, come su una giostra senza fine».

Non alzi le braccia al cielo dal 2007, hai fame di vittoria?

«Vincere piace a tutti, è sempre bello essere davanti, ma è difficile. In squadra il mio compito è essere a disposizione dei capitani, quando si parte il mio obiettivo è facilitare la vittoria al Petacchi, Cunego, Scarponi di turno. Ogni vittoria di squadra è sempre un’enorme soddisfazione, ma è ovvio che quando avrò l’opportunità di fare la corsa ci proverò».

Qual è stato il momento più bello della tua carriera finora?

«Oltre alle vittorie, ciò che mi ha lasciato un’emo zione indescrivibile è stata la tappa conclusiva del mio primo Tour. Era il 2008, mentre percorrevo in gruppo i Campi Elisi pensavo: “questo è l’apice del ciclismo mondiale, oltre e più di questo non c’è niente”. Brividi».

Il più brutto?

«Le cadute e i periodi storti che fanno parte del gioco, ma sono sempre difficili da digerire. Negli ultimi tre anni sono incappato in tante brutte cadute, ora speriamo che la ruota giri».

La soddisfazione che non sei riuscito ancora a toglierti?

«Per quello che ho fatto finora non rimpiango nulla, forse in qualche occasione avrei dovuto avere maggiore concentrazione per ottenere di più. Quale corsa mi piacerebbe vincere? Non so, la più bella di tutte per me è la Liegi».

Da sempre sei fedele alla Lampre.

«Sono dav vero sereno perché l’ambiente è buono e i membri dello staff sono tutti fantastici: dai meccanici ai massaggiatori, dai direttori sportivi ai medici, passando per l’addetto stampa… Mi sono sempre trovato benissimo e per il ruolo che ricopro al momento sono contento di essere dove sono».

Un tuo punto di riferimento?

«Nessuno in particolare. Vivo da solo, sempre lontano da casa, sono un tipo molto indipendente. Quando ero più piccolo mi seguivano, anche per il ciclismo, mio fratello e i miei genitori: mamma Agnese e papà Renato, oltre ai diesse delle squa dre in cui sono cresciuto».

Cosa non può mai mancare quando vai a una gara?

«Il computer, non sono uno fissato con i social network, ma ormai il mondo è totalmente informatizzato. Il pc mi serve tanto per compilare l’ADAMS che per controllare le mail, per restare in contatto con chi è a casa e dare un occhio ai siti di ciclismo e non che mi interessano ».

L’ultima chiamata prima di partire la fai a…?

«Quando si tratta di gare corte a nessuno di specifico, prima di quel le lunghe agli amici. Sai, le corse a tappe sono come una guerra: sai quando parti, ma non sai quando e se torni».

Hai piercing?

«Solo un orecchino al lobo sinistro ».

Tatuaggi?

«No».

Un segreto che non hai mai svelato?

«Non ne ho. Sono uno limpido, come sono mi vedi».

Una follia fatta?

«Essermi buttato in questo mondo stravagante come la definiresti? Praticare ciclismo con tutti gli sforzi e i sacrifici che comporta è un po’ da folli, anche se è la nostra vita e la nostra più grande passione ».

Una da fare?

«Se vinco, qualcosa m’invento».