Mondiali di Copenhagen, all’Italia sono mancate squadra e tattica Mondiali di Copenhagen, all’Italia sono mancate squadra e tattica
La vittoria di Mark Cavendish e il fallimento dell’Italia ai mondiali di Copenhagen impongono una riflessione. Unica consolazione, la doppietta iridata di Giorgia Bronzini... Mondiali di Copenhagen, all’Italia sono mancate squadra e tattica

La vittoria di Mark Cavendish e il fallimento dell’Italia ai mondiali di Copenhagen impongono una riflessione. Unica consolazione, la doppietta iridata di Giorgia Bronzini

di Paolo Broggi; foto di Roberto Bettini

Mondiali di Copenhagen, all'Italia sono mancate squadra e tattica

Ha vinto l’uomo più veloce del mondo, ha vinto la donna supportata dalla squadra più forte del mondo, ha vinto la scuola più forte del mondo. Cavendish, Bronzini, Francia: i verdetti dei mondiali Copenhagen sono chiari e su questi bisogna ragionare. Ecco un’analisi per capire i risultati dell’Italia.

Mark Cavendish ha vestito la maglia iridata al termine di una gara noiosa e scontata

Il percorso danese era talmente facile e veloce da non permettere alcun diversivo tattico. Proprio come accadde nel 2002 a Zolder, dove la media oraria fu ancora più alta (46,538 chilometri orari contro i 45,821 del britannico). Allora l’Italia aveva Super Mario Cipollini e corse in maniera perfetta per pilotarlo al successo, stavolta Cipollini non c’era e allora via con il tiro al piccione del circuito troppo facile, del mondiale vergognoso, del tutto da rifare.

Il percorso mondiale era facile e disegnato per velocisti, lo sapevamo da un paio d’anni ed il sole della giornata più bella dell’estate danese ha contribuito a rendere tutto più facile ai velocisti. Ma c’è un ma: il cittì azzurro Paolo Bettini ha sbagliato le sue valutazioni. Proprio come un anno fa a Melbourne, il Grillo non ha saputo capire il percorso e ha sbagliato il cavallo sul quale puntare.

Le previsioni (errate) di Bettini

Il 18 agosto Bettini dichiarava coram populi che il percorso mondiale non si addiceva a Cavendish e che il britannico non sarebbe stato favorito. «Noi punteremo su Bennati come capitano unico», ripeteva. L’errore non è stato puntare sull’aretino ma valutare male un percorso che invece era perfetto per i velocisti. Ma Bennati un velocista puro non lo è più, lo ha detto lui stesso a tuttoBICI nell’intervista che abbiamo pubblicato il mese scorso.

E se Bettini doveva valutare la condizione di Daniele dalla Vuelta, avrebbe dovuto guardare con attenzione il traguardo di Haro, molto simile a quello del mondiale, sul quale vinse Haedo e Bennati venne battuto nettamente da un Alessandro Petacchi trentasettenne e con il morale sotto i tacchi per l’esclusione dalla corsa alla maglia azzurra imposta dalle nuove regole federali.

I presagi della vigilia

Due giorni prima della corsa iridata, un azzurro (Marco Pinotti) ci aveva confidato che il mondiale era facilissimo. E che avrebbe vinto tranquillamente Cavendish, che non ci sarebbe stato spazio per attaccanti come Gilbert. E le gare dei due giorni precedenti avevano confermato che ad imporsi sarebbe stato uno sprinter puro, senza dubbio alcuno.

Il problema, lo ripetiamo, è la scelta di Bennati, che non è mai stato un velocista puro e tantomeno lo è oggi a trentun anni. Sarebbe stato meglio puntare completamente su una nazionale giovane, con elementi pronti anche ad andare allo sbaraglio.

Dopo una scelta così, il quattordicesimo posto di un ragazzo azzurro avrebbe avuto ben altro peso rispetto a quello di Bennati. Al quale resta il non invidiabile primato di aver portato a casa il peggior piazzamento azzurro ad un mondiale dal 1983 ad oggi (allora vinse Lemond con Saronni solo diciassettesimo).

L’assenza di Andrea Guardini

L’errore di valutazione del ct azzurro si evidenzia anche nel suggerimento dato a Marino Amadori di non convocare Andrea Guardini per la corsa degli Under 23. «Su un arrivo come questo, Guardini non dà garanzie» ha detto Bettini e lo ha confermato a Copenhagen in conferenza stampa.

Invece Guardini, che è il velocista dell’anno in casa azzurra, avrebbe potuto dire la sua e avrebbe dovuto essere comunque inserito nella selezione nazionale, anche in quella dei professionisti magari come riserva. Lasciarlo a casa è stato un errore gravissimo.

Se la decisione di non portare un professionista a correre con gli Under 23 fosse stata presa dal punto di vista politico – scelta che sarebbe stata anche condivisibile, per lasciare spazio alle formazioni dilettantistiche che in Italia rappresentano un vero e proprio patrimonio – avrebbe dovuto essere stata annunciata dal presidente federale a gran voce. Invece Di Rocco ha taciuto e Guardini è stato bocciato dai selezionatori azzurri: errore grave.

Questione… tattica

Anche sull’interpretazione tattica della corsa c’è qualche appunto da muovere. Su un percorso come quello danese, o si correva controllando la corsa come hanno fatto Gran Bretagna e Germania. Oppure ci si nascondeva fino all’ultimo chilometro come ha fatto la Spagna sperando nella volata del nostro uomo migliore.

Ai fini della storia della corsa, l’attacco di Paolini – encomiabile – non ha portato alcun beneficio e le timide sortite di Visconti e Gavazzi nemmeno sono entrate nella cronaca già striminzita.

In volata, poi, l’Italia si è letteralmente persa. Bennati non ha avuto il coraggio di seguire il suo treno in discesa ed è cominciata la ricerca del capitano disperso. E Modolo, che aveva la possibilità di giocarsi le proprie carte, al momento decisivo è rimasto impalato, con i muscoli vuoti, senza energia.

Oss e Viviani erano al posto giusto nel momento giusto, hanno aspettato un Bennati che non arrivava e non riusciva a trovare spazio. Anche Greipel ha sbagliato, certo, ma partendo troppo da lontano è comunque arrivato terzo. E Cancellara lanciandosi al centro della strada ha finito al quarto po sto. In entrambi i casi, Modolo dov’era?

La maglia iridata va oltre Manica

Per la seconda volta nella storia la maglia iridata approda nella terra di Sua Maestà: l’unico ad indossarla era stato Tommy Simpson, nel 1965. Per salire sul gradino più alto del podio, i britannici hanno firmato una splendida prova d’orchestra: partiti in 8, e non in 3 come a Geelong, gli inglesi hanno corso da squadra, tutti votati all’unico obiettivo possibile, la volata di Cavendish.

Una prova per Londra 2012?

Una prova eccezionale che sicuramente proveranno a ripetere fra pochi mesi a Londra 2012, nell’appuntamento olimpico destinato a finalizzare un lavoro che viene portato avanti da anni. Il percorso londinese è facile e porterà con tutta probabilità ad un nuovo sprint e una nazione intera sarà al servizio di Cavendish, che potrebbe diventare il primo campione del mondo a laurearsi campione olimpico da quando i professionisti sono sbarcati ai Giochi.

Nella preolimpica d’agosto, Cannonball ha battuto Modolo ma si trattava di una gara disputata su un chilometraggio ridotto, a fine luglio 2012 serviranno energie diverse, anche perché la concorrenza sarà ben più alta. La speranza è che i velocisti azzurri possano crescere nei prossimi mesi e acquisire quel “peso” a livello internazionale che al momento manca ancora. Anche perché non ci potrà essere il talento forse più puro, Elia Viviani, che dovrebbe rappresentare – lui solo, sigh! – la pista italiana ai Giochi.

Luca Paolini, Giovanni Visconti e Daniele Bennati impegnati nella sfortunata trasferta danese: per l’Italia dei prof, il mondiale è stato un vero fallimento.

L’importanza del gioco di squadra

Lo hanno dimostrato i britannici nella prova dei professionisti, lo hanno confermato i francesi nelle corse riservate a juniores e under 23, lo hanno sublimato le ragazze azzurre nel la prova élite. Decisivo, per la vittoria finale, è stato il gioco di squadra, ancor meglio diremmo la dedizione di una squadra compatta per raggiungere un obiettivo comune.

La storia è vecchia come il mondo: le nazionali corrono insieme per una sola volta in un anno (le “prove” intermedie volute da Bettini non contano, i protagonisti non so no mai gli stessi che vediamo poi al mondiale) e il ct deve riuscire a radunare tutti attorno ad un interesse comune, creando un clima armonioso e dando a tutti i convocati la certezza di essere parte integrante di un grande progetto.

Ballerini in questo era maestro, Bettini al momento no. Così come non lo sono Amadori – gli under sono andati ognuno per conto proprio – e De Candido. Così come invece lo è Edoardo Salvoldi, un vero mito del nostro ciclismo: con l’oro di Giorgia Bronzini ha raggiunto quota 108 medaglie conquistate, un record assoluto, figlio di un grande lavoro che va avanti da anni.

E le donne?

Se alle ragazze juniores si può imputare solo un po’ di inesperienza con Rossella Ratto che nel finale avrebbe potuto giocarsi meglio le sue carte, quella della nazionale élite è stata una autentica sinfonia. Un’azione dopo metà gara giusto per alzare il ritmo di una corsa che rischiava di farsi sonnacchiosa e poi tutte al servizio di Giorgia Bronzini.

Capolavoro di Monia Baccaille, che durante la stagione duella e a volte batte la compagna di nazionale, e seconda stoccata consecutiva della velocista piacentina, che ha costretto ancora una volta alla resa Marianne Vos che a 24 anni ha firmato il suo quinto secondo posto consecutivo ai mondiali. Le sue lacrime a fine gara e sul podio erano pienamente giustificate…

Versatilità

La seconda lezione di questo mondiale arriva dalle scuole giovanili che abbiamo visto dominare in questi mondiali. La Francia nelle prove su strada, l’Australia in quelle a cronometro, senza contare Germania e Gran Bretagna. Tutte nazioni che sono partite o ripartite da zero, che hanno investito su giovani polispecialisti, capaci di vincere, destreggiarsi e divertirsi tanto su strada quanto in pista o nel ciclocross.

L’Italia del pedale, come spesso accade, è arrivata dopo la banda. Solo nella conferenza stampa alla vigilia del mondiale il presidente Di Rocco ha auspicato nei nostri giovani una simile poliedricità. Ma lo ha fatto senza presentare per il momento un piano concreto che coinvolga le società, che stimoli gli atleti ad ampliare la propria attività e convinca i tecnici che per crescere non è necessario sempre e solo arrivare primi alla gara del campanile.

A proposito, se c’è una nazione in cui il campanile è presente, questa è proprio la Francia eppure i loro tecnici sono riusciti a superare questo handicap per puntare alla crescita di un intero movimento. In Italia no, siamo lontani, lontanissimi da queste scelte, anche se la strada è segnata. Un consiglio: se non siamo capaci di inventare, copiamo almeno quello che fanno gli altri…

Crono anno zero

Il discorso appena fatto trova sublimazione perfetta nei risultati delle cronometro mondiali. Quella contro il tempo è una prova nella quale non si inventa nulla e i veri valori vengono a galla perché i risultati raramente sono condizionati da fattori esterni o dalla fortuna: difatti, il naufragio azzurro è stato totale. Clamoroso. E inaccettabile.

Mark Cavendish con il cittì azzurro Paolo Bettini e, nell’altra foto, la sua emozione sul podio mondiale.

Anche perché in gara c’erano atleti che da mesi sapevano di dover affrontare quell’appuntamento. Significa che nella preparazione qualcosa (se non tutto) non ha funzionato. I risultati dei campioni italiani Matteo Mammini tra gli Under e Davide Martinelli tra gli junior sono stati deludenti.

E se tra i professionisti Adriano Malori è riuscito a far meglio di appena due secondi rispetto ad un Marco Pinotti che ha corso per onor di firma dopo essere stato sei settimane immobilizzato a letto per la frattura del bacino, significa che ha sbagliato completamente l’avvicinamento al mondiale.

Se si decide di puntare su qualcuno, bisogna discutere con la sua squadra e preparare un piano di lavoro, non arrivare all’appuntamento mondiale con atleti spremuti…

Un bilancio fallimentare

Se alla fine del mondiale l’azzurro più presente sul podio è stato il presidente federale Renato Di Rocco in qualità di premiatore, è facile stilare un bilancio che rasenta il fallimento. A salvare la baracca ancora una volta, l’ennesima, le ragazze di Salvoldi alle quali ci aggrepperemo anche in chiave olimpica. Per il resto, siamo tornati dalla Danimarca con gli occhi pesti ed il morale a terra.

Non tutto, per fortuna, è ancora perduto: abbiamo tanti giovani talenti, a cominciare dall’annata del 1989 che è di sicuro la più interessante. Ma dobbiamo mettere questi ragazzi nella condizione di misurarsi sempre più spesso con i migliori del mondo, per crescere, per migliorare.

Un esempio per tutti: Peter Sagan ha sbagliato la volata mondiale pretendendo troppo da se stesso con un rapporto troppo duro. Ma a 21 anni era lì a giocarsela ed è arrivato dodicesimo. E, soprattutto, la prossima volta non sbaglierà più. I nostri talenti avrebbero dovuto essere lì a giocarsela, invece erano fermi ad una rotonda, con la testa rivolta all’indietro per cercare Bennati.

TuttoBici

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tuttoBICI è un mensile dedicato al ciclismo agonistico. Nato nel 1995, dal 2014 ha operato la scelta digitale. In libreria il 1° di ogni mese, dedica spazio a campioni e storie di tutte le categorie, dagli Esordienti ai Prof, raccontate da firme d’eccellenza

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