Andrea Morelli, metodologo dell’allenamento del Centro Mapei, ci accompagna in un viaggio esclusivo tra i segreti del re del Tour Cadel Evans

di Paolo Broggi; foto di Roberto Bettini

Andrea Morelli, allenatore di Cadel Evans, spiega il successo al Tour

Un Tour vissuto tutto d’un fiato, un Tour rivissuto piano piano, gustando una birra fresca in una calda sera d’estate. Una birra per riassaporare il successo di Cadel Evans. La birra di Andrea Morelli, biomeccanico e metodologo dell’allenamento del Centro Mapei Sport di Castellanza e tecnico del vincitore del Tour de France 2011 oltre che di altri campioni del ciclismo, è una rossa doppio malto. Ricca e corposa, capace di lasciarti in bocca un gusto piacevole e deciso al tempo stesso.

La birra di Andrea Morelli ha il sapore del successo. Ma insieme quello del progetto, delle idee, della voglia di arrivare ancora più in là, di fare sempre meglio. Proprio come ha sempre chiesto di fare, ai suoi collaboratori e ai corridori che seguiva, il professor Aldo Sassi che di questa intervista non è protagonista attivo, ma è sempre presente, come capirete leggendo sin dalle prime righe.

Andrea Morelli, allenatore di Cadel Evans, spiega il successo al Tour

Il Tour perfetto di Cadel Evans

«Quello di Cadel – esordisce il professor Morelli – è stato il Tour perfetto. Abbiamo iniziato a prepararlo sin da dicembre, studiando il lavoro in ogni più piccolo particolare. E nel nostro lavoro è stato importante avere l’appoggio completo da parte della sua squadra, la statunitense BMC Racing Team, che gli ha consentito di prepararsi senza avere a che fare con l’obbligo del risultato.

Questo ha permesso a Cadel di arrivare a risultati importanti come le vittorie nella Tirreno-Adriatico e nel Giro di Romandia, oltreché ottenere il secondo posto nel Delfinato. Nella Bmc Evans ha trovato un ambiente amichevole, familiare, ma al tempo stesso anche molto professionale che per lui è stato fondamentale e quando ha avuto la sicurezza di poter contare su una squadra veramente unita e forte, si è tranquillizzato e rasserenato.

Durante il Tour ci siamo mantenuti in contatto tutti i giorni sfruttando le moderne tecnologie e valutando sia i dati raccolti in corsa che parlando delle sue sensazioni, ma non l’ho mai sentito nervoso o agitato. E questa è stata la sua forza».

Una foto per un trionfo: Cadel Evans festeggia il successo nel Tour de France con il suo allenatore, Andrea Morelli.

Difficile allenare Cadel?

«Difficile allenare chiunque abbia un solo grande obiettivo stagionale, perché sbagliando leggermente i tempi c’è il rischio di arrivare stanchi nel momento clou della gara a cui si punta. Ma ci sono pochi atleti al mondo come Cadel che sanno, con caparbietà, seguire la programmazione studiata, senza trascurare i minimi particolari e sopportare volumi e intensità elevati.

Anche perché Evans quando fa una scelta l’ha ponderata fino in fondo, ne ha capito metodi e motivi. Il suo metodo di lavoro è figlio dell’esperienza fatta oltreoceano, di quanto ha appreso da giovane nella squadra di MTB alla AIS, l’Istituto Australiano dello Sport.

L’allenamento “all’australiana”

Lì insegnano ai ragazzi a conoscere il loro corpo, danno loro tutte le informazioni su come allenarlo al meglio, anche dal punto di vista delle tecnologie che un atleta ha a sua disposizione.

Forse quello che fa la differenza è questa cultura sportiva. Un metodo di lavoro che stimola la curiosità, il senso critico e il desiderio di migliorarsi continuamente. Ricordo quando con Aldo si discuteva, qualche anno fa, sull’allenamento a sensazione che andava per la maggiore per alcuni corridori spagnoli: adesso le cose sono cambiate».

Quanto è importante per un allenatore misurarsi con un atleta come Evans

«Direi fondamentale. L’allenatore non deve essere un despota o preparare una tabella di allenamento rigida, anzi, deve riuscire a porsi al corridore in modo positivo, capire i suoi momenti di difficoltà, valutare tanto i suoi punti deboli quanto quelli di forza e cercare di dialogare con lui il più possibile.

Sì, perché con gli atleti come Cadel c’è anche molto da imparare: ha una grandissima esperienza e per cercare di ottimizzare l’allena mento è importante per me capire le sue risposte. Io penso all’allenatore come ad un cuoco che deve essere bravo nel dosare tutti gli ingredienti nel modo giusto per ottenere un grande piatto. Se l’atleta è bravo a comunicarti le sue sensazioni e il suo pensiero, diventa più facile mettere a punto la ricetta.

Allenatore e atleta in sintonia

Tra Cadel e me si è creato un feeling che dura ormai da tempo e che ha dato grandi risultati. Quest’anno è riuscito a vincere subito alla Tirreno, ha replicato anche al Romandia ed è stato importante anche il secondo po sto al Delfinato, giunto dopo un grosso carico di lavoro svolto a Sierra Nevada.

Ma direi che è stata fondamentale, per la vittoria nel Tour, la scelta operata dalla squadra, che ho pienamente condiviso, di iniziare più tardi la stagione e di arrivare alla Grande Boucle senza avere troppi giorni di gara nelle gambe».

Per la seconda volta ha citato la BMC e l’appoggio che ha dato a Evans.

«Perché per Cadel è stato fondamentale. La Bmc ha valutato e appoggiato tutte le sue scelte sin dal primo giorno, gli ha costruito attorno una squadra molto competitiva. Gli ha messo a disposizione una nuova bicicletta da cronometro con la quale ha prima eseguito dei test sui materiali e in galleria del vento per iniziare poi ad utilizzarla negli allenamenti specifici.

Un lavoro incredibile. E tutta la squadra ha preparato all’autodromo di Zolder la cronosquadre, consolidando il lavoro del team. Ogni atleta è arrivato al Tour al massimo della condizione e motivato come non mai. In altre squadre non è sempre facile ottenere lo stesso risultato.

Una squadra compatta

Questa compattezza, questa unità di intenti che partiva da patron Ryhs, dal team manager Ochowicz, al capo dei direttori sportivi Le langue fino a comprendere tutti i membri dello staff, è stata importantissima perché ha dato ad Evans una sicurezza e una tranquillità straordinarie dal punto di vista psicologico. Mi sento di dire che si è trattata di una vittoria pianificata, inseguita, sospirata e colta tutti insieme con il cuore».

Cadel Evans è nato a Katherine, in Australia, il 14 febbraio del 1977. È professionista dal 2001 dopo aver corso ad eccellenti livelli con la mountain bike.

La birra rinfresca l’anima ed è il momento di cercare di scoprire gli altri segreti di Evans.

«Sempre a proposito di sicurezza e tranquillità, uno dei momenti chiave della corsa, per Cadel, è stato riuscire a battere Contador a Mur de Bretagne. Conoscevo già i suoi valori e sapevo che poteva tenere il miglior Contador in salita e fare meglio di lui a cronometro.

Quel giorno, ho riguardato i dati della corsa, non sono andati affatto piano ed Evans, dopo essere rientrato per un guasto meccanico, ha vinto una grande volata in salita, cosa che gli ha dato ulteriore convinzione nei propri mezzi. Poi, nella gestione della corsa, c’entra anche la fortuna, che non è programmabile.

Cadel avrebbe voluto vincere la cronosquadre e conquistare la maglia gialla. È arrivato ad un solo secondo dal primato. Poi è spuntato Voeckler e Cadel ha potuto risparmiare almeno in parte la squadra, che comunque è sempre stata perfetta nello scortarlo per tutto il Tour nelle prime posizioni.

Un successo senza fine

Certo, Evans ha dimostrato un crescendo di forma impressionante negli ultimi tre giorni di corsa, con la ciliegina sulla torta rappresentata dalla favolosa cronometro di Grenoble. Alla vigilia me lo sentivo che sarebbe successo qualcosa di speciale e il giorno seguente ho voluto essere alla partenza della cronometro.

Quel giorno, per essere al via in tempo, mi sono alzato alle tre e cinquanta. Volo Malpensa-Lione, navetta da Lione a Grenoble, ma ne è valsa la pena. Quella mattina con Cadel sono state effettuate le ultime scelte tecniche, come il tipo di ruote da montare, la pressione degli pneumatici, i rapporti da usare. Sempre con calma e tranquillità…

Poi Parigi, la consacrazione

Emozioni indimenticabili. la maglia gialla, rispetto ai suoi sogni, è arrivata con qualche giorno di ritardo. Ma a rimetterci sono stato solo io, che sono rimasto senza leoncino che, dopo la maglia gialla, è il simbolo del primato. Uno ce l’ha Cadel a casa, l’altro era già stato promesso a Burghardt…

Dal punto di vista psicologico, poi, hanno avuto grande importanza anche Chiara, sua moglie, a la loro cagnolina Molly. La loro presenza ad alcune tappe, ha permesso a Cadel di sentirsi come a casa e di rilassarsi ulteriormente».

E Andrea Morelli?

«Finisce la sua birra e torna subito al lavoro. Non c’è tempo di sedersi sugli allori. La stagione per Cadel si è conclusa negli USA, dove è stato impegnato nel giro del Colorado ribattezzato USA Pro Cycling Challenge, ma si pensa già al 2012…».