Andrea Pinarello, manager trevigiano e appassionato di bici, è scomparso improvvisamente. Il giornalista Piergiorgio Giacovazzo ha dedicato un pensiero per la sua morte prematura

Piergiorgio Giacovazzo: un pensiero per la morte di Andrea Pinarello

Dopo la tragica scomparsa di Andrea Pinarello il 3 agosto scorso per un incidente dopo una gara, nel porgere alla famiglia le condoglianze più sentite della redazione di tuttoBICI, vi proponiamo lo struggente ricordo di uno dei suoi amici più intimi: Piergiorgio Giacovazzo.

Noto giornalista della Rai, ha vissuto con lui mille esperienze in bicicletta, condividendo fatiche e soddisfazioni. Una splendida testimonianza di quanto la bici possa far diventare “fratelli”, proposta dal sito Sportpro.it.

Il ricordo di Piergiorgio Giacovazzo

Ci ritrovavamo sempre lungo il percorso. Io e Andrea. Nella gioia e nel dolore, nella fatica e nel sudore: della bicicletta. Insieme. Non importa quanto lontano fosse, non importa la distanza da percorrere o il dislivello da pedalare: ad ogni gran fondo i nostri due mondi diversi si incontravano, su due ruote. Uguali, come i tanti innamorati di questa grande livella che e la bicicletta.

Abbiamo tagliato insieme i traguardi delle corse più belle. La Nove Colli, la Gimondi, e tante altre gare del circuito del Prestigio. Non avevamo lo stesso ritmo, lui sapeva andare in bicicletta, io no. Lo schema era fisso: io partivo a palla, lui andava regolare. E mi riprendeva.

Prima o poi arrivava, naturalmente in salita

Io con la faccia dentro il pacco pignoni, alla ricerca di una moltiplica più leggera, come se non avessi già controllato mille volte. Lui stanco, ma ancora tonico. “Piergiorgio, bevi…” e mi porgeva la sua borraccia. Oppure, “Piergiorgio, hai mangiato?” e mi allungava una barretta.

Mai una volta che mi avesse detto sei un cretino, ti sei cucinato anche oggi… No, Andrea arrivava come un angelo custode e perdeva il suo tempo per aiutare anche me, l’ultimo novellino. Mi spiegava i percorsi che conosceva a menadito e cercava di insegnarmi a sopravvivere fino al traguardo, tra salite, rifornimenti idrici e solidi.

Non avevo la sua bici

E non ero neanche nella sua squadra! Una volta, alla Nove Colli mi aveva ripreso sull’ultima salita. Tanto per cambiare ero tra le braccia della mia fedelissima compagna, la bambola, come la chiamiamo noi per descrivere quella sensazione unica del ciclismo: il crollo fisico più totale.

Andrea si era fermato a prendere l’acqua all’ultimo ristoro, poco meno di 50 km all’arrivo. Io, imbambolato com’ero, tirai dritto, come tutti i forsennati che vogliono fare il tempo. Andrea che fa? Mi ripassa e se ne va? Neanche per sogno. Mi riprende in discesa e mi dà la sua acqua!

Aspetta che mi riprenda e poi a tutta, “tirando” un po’ per uno, fino a Cesenatico. Andrea Pinarello 204esimo, io a ruota del maestro, 205esimo. La mia Nove Colli migliore: 6 ore e 54 minuti. E chi va in bicicletta sa cosa significa fare 205 km con 4000 metri di dislivello sotto le sette ore.

Senza Andrea non ce l’avrei mai fatta

Poi mi ricordo il caldo, il sole forte di quella domenica di maggio, il mucchio di ciclisti che si cercano in classifica tra gli undicimila e passa partenti, io e Andrea che ci diamo il cinque e ci abbracciamo felici, per la nostra piccola grande impresa.

Dolce. Ci sono mille parole di elogio che si potrebbero usare per un grande ragazzo come Andrea Pinarello, ma quella che nella mia mente si prende lo spazio più importante e dolce. Come i suoi occhi. Come il suo sorriso. Lui che poteva “tirarsela” perché era un grande manager del ciclismo mondiale; che poteva sentirsi superiore perché pendevano tutti dalle sue labbra. Lui che era un atleta pulito in un mondo sempre più sporco.

La nostra ultima volta insieme

L’ultima volta che l’ho visto, e stato quest’anno alla Maratona delle Dolomiti. Pensavo di stare bene, invece sul secondo Campolongo ho capito che avevo un’indigestione. Va beh, e meglio ammettere i propri limiti – ho pensato – vorrà dire che per la prima volta faro il medio.

Così per una volta non mi viene a riprendere Andrea… E invece e venuto, fino all’ultima corsa, fino all’ultima salita. Sul Falzarego:

“Piergiorgio…”.

“Andrea!”

Non lo vedevo da quasi un anno, mi ero allontanato un po’ dalle corse. Comunque vederlo, nonostante la cottura psico-fisica, mi metteva ancora una volta il sorriso sulla bocca. “Hai bevuto?”

“Sì, Andrea, ma oggi non va…”.

“Dai che mancano pochi chilometri e poi e tutta discesa”, mi fa lui, come per invitarmi a tenere la ruota sua e dei suoi compagni. “No Andrea, grazie mille… non vi voglio rallentare, andate voi, io continuo insieme a lei…”.

Andrea non vedeva nessun altro con me:

“Lei chi?”.

“La bambola! Andrea, la bambola…”.

E ridendo, l’ho visto andare via, verso l’alto.

Poi l’ho incontrato a Corvara, al pasta party

Tutti e due dovevamo già essere da un’altra parte, ma ci siamo trattenuti volentieri a raccontarci un po’ di arretrati. Non sapevo del suo problema al cuore, me ne parlo come di una cosa risolta. Parlammo ancora del suo impegno contro il doping tra gli amatori: io sempre più disilluso, lui sempre ottimista e combattivo.

Finché venne a portarlo via una biondina meravigliosa, sua figlia Matilde, 7 anni, la grande. Il piccolo, 5 anni, e l’erede destinato a portare il nome del nonno Nane, Giovanni, l’ultima maglia nera al Giro d Italia, fondatore della grande casa Pinarello.

Un pensiero per Matilde

Non so perché, ma a quella bimba bellissima vorrei dire una cosa. Matilde, ricorda sempre che la bicicletta non ha ucciso tuo padre: lo ha fatto vivere, proprio come voi. E vorrei dire una cosa anche alla giovane moglie Gloria, con il terzo figlio in arrivo, se non sbaglio tra quattro o cinque mesi. Gloria, se sara maschio, non avere dubbi sul nome: chiamalo Andrea.

Piergiorgio Giacovazzo