Paolo Menaspà, ex corridore, ora segue gli Under 23 del paese dei canguri e la nazionale Endurance su pista. Ecco come un italiano è finito ad allenare la nazionale dell’Australia

di Giulia De Maio

Paolo Menaspà: l'italiano volato in Australia ad allenare la nazionale

Non è un cervello in fuga, ma un talento prestato a una nazionale straniera. Paolo Menaspà, trentunenne di Castellanza, laureato in Scienze Motorie all’Università degli Studi di Milano nel 2004, è stato impegnato a Copenhagen con la nazionale australiana, nonostante si senta azzurro al cento per cento. Conosciamo meglio la sua storia e cerchiamo di capire perché un ragazzo italiano, tra l’altro molto in gamba, si è ritrovato a lavorare per una federazione diversa dalla nostra.

Quando hai scoperto il ciclismo?

«In generale sono abbastanza smemorato. So che un mio amico correva in bici e mio papà è sempre stato un grande appassionato delle due ruote, non ricordo bene come, ma a dieci anni mi sono ritrovato in sella. Il tutto è successo nel precedente millennio, forse è per questo che non ho un ricordo preciso (sorride, ndr)».

Ripercorriamo brevemente la tua carriera sportiva.

«Mi sono divertito sui pedali per una decina di anni, prima nel VC Raffaele Marcoli (con Marzano e Bailetti) poi alla Biringhello, alla quale colgo l’occasione per fare i migliori auguri per i 40 anni di attività. Ho avuto la fortuna di salire sul podio mondiale di La Habana (Cuba), conquistando l’argento nell’inseguimento a squadre con Filippo Pozzato, Giordano Colombini, Angelo Ciccone (e Dario Benenati, riserva in finale). Nello stesso anno, era il 1998, ho deciso che mi sarei dedicato allo studio e ho smesso di correre».

Quella professionale, invece, com’è cominciata?

«Quando ero ancora studente ho iniziato a collaborare con Fabio Vedana, tra l’altro mio ex allenatore. Successivamente in università ho conosciuto il Professor Aldo Sassi, con il quale ho fatto la tesi di laurea e di lì a poco ho iniziato a lavorare al Centro Mapei. Al Centro mi sono occupato di valutazione funzionale, programmazione dell’allenamento e negli ultimi anni anche del Sistema di Gestione della Qualità. Nel frattempo, grazie a Franco Impellizzeri, ho iniziato a coltivare la passione per la ricerca scientifica».

Hai testato tanti campioni (tra gli altri, gli sciatori Ghedina e Innerhofer, il calciatore Del Piero e il pilota Zanardi), ma per quanto riguarda l’allenamento hai sempre seguito ciclisti.

«Sì. Oltre ai numerosi amatori, che mi hanno dato delle belle soddisfazioni e ad alcune giovani promesse, ho seguito una quindicina di corridori professionisti. Pensando all’ultimo Giro d’Italia, tra gli altri ho preparato le tabelle di allenamento per un ventunenne e per un quarantaduenne! Un’altra bella esperienza è stata allenare Fabrizio Macchi. Sono stati anni importanti per la mia crescita professionale e per questo non posso fare a meno di rin graziare Mapei».

Convocazioni in azzurro?

«Sì, dal 2006 al 2010 sono stato collaboratore tecnico di Edoardo Salvoldi per la nazionale femminile. L’esperienza in azzurro è stata fondamentale per restare ancorato al “ciclismo praticato”».

Com’è nata invece la collaborazione con la nazionale australiana?

«Semplicemente con l’invio di un curriculum vitae a David T. Martin, un ricercatore dell’Australian Institute of Sport con il quale qualche anno fa ho scritto una pubblicazione sul ciclismo femminile. Successivamente ho vinto una borsa di studio dell’Università di Perth, che mi ha trasformato in un dottorando in fisiologia dell’esercizio».

Di cosa ti occupi nello specifico?

«Della squadra Under 23 maschile nella stagione estiva, in quella invernale del team maschile impegnato nelle prove endurance in pista. Concretamente il mio lavoro consiste nel consigliare e supportare “scientificamente” la squadra, analizzando i file degli allenamenti e delle gare, sperimentando metodi di allenamento, cercando le migliori strategie per il riscaldamento pre-gara e per il recupero post-gara».

Che effetto ti ha fatto prendere parte ai mondiali per una federazione diversa da quella italiana?

«Come direbbero gli Australiani: “Not bad, mate!”. Battute a parte, a Copenhagen in un paio di occasioni eravamo “vicini di box” con gli azzurri e, tra gli altri, ho salutato con piacere Malori e la Bronzini».

La nazionale australiana ha dimostrato di essere una delle più forti al mondo, l’Italia al contrario, a parte la grande soddisfazione regalataci da Giorgia Bronzini, ha deluso.

«Come ormai da tradizione l’Italia rosa si è dimostrata una squadra eccezionale, un esempio per tutti. Parlando più in generale, è difficile dare giudizi basandosi sui risultati di un singolo campionato del mondo. Ad esempio, la condotta di gara dei nostri Under 23 è stata impeccabile e a 300 metri dall’arrivo avrei scommesso su di noi. Purtroppo avrei perso la scommessa. Per quel che è la mia esperienza, le nazionali italiane godono di grande rispetto da parte degli avversari. Aggiungo inoltre che lo staff azzurro è da medaglia d’oro. Tornando ai risultati, nel calcio si dice che la palla è rotonda… ».

Cosa ti porti a casa da questa esperienza?

«Permetttini di “mal interpretare” la domanda per dire che da Copenhagen porto a casa un po’ di amarezza. Mi riferisco all’uso della bici: con 15°, tanto vento e un po’ di pioggia, a ogni ora del giorno e della notte c’è un via vai impressionante di biciclette. I ciclisti hanno la precedenza sulle auto e le piste ciclabili sono ovunque. In Italia la mortalità dei ciclisti è circa il doppio rispetto a quella degli automobilisti e ogni anno si registrano circa 300 decessi e 15.000 feriti. Purtroppo ha ragione Margherita Hack che, in merito all’uso della bici, ha recentemente dichiarato che l’Italia è un paese arretrato».

Speri di tornare in futuro a far parte dello staff azzurro?

«Per i prossimi anni spero solo di continuare a vivere lo sport in un ambiente stimolante, che mi consenta di migliorare ancora».

IL MEDAGLIERE MONDIALE

Ameno di un anno dall’appuntamento con le Olimpiadi di Londra, gli inglesi si portano a casa il primo posto nel me – dagliere mondiale. Buon segno…

1. Gran Bretagna: 2 ori – 2 argenti – 2 bronzi
2. Australia: 2 ori – 1 argento – 2 bronzi
3. Francia: 2 ori – 1 argento
4. Germania: 2 ori – 3 bronzi
5. Danimarca: 1 oro – 1 argento – 1 bronzo
6. Italia: 1 oro
7. Olanda: 2 argenti – 1 bronzo
8. Nuova Zelanda: 2 argenti
8. Belgio: 2 argenti
10. Svizzera: 1 bronzo