Intervista al governatore della Lombardia, Roberto Formigoni: «Non mi scandalizzo di fronte ad iniziative come il Giro di Padania, ma mai mischiare il ciclismo e lo sport con la politica». Poi racconta i suoi inizi ciclistici, i suoi campioni, la sua voglia di Giro e di Tour

di Pier Augusto Stagi; foto Team Rodella 2000

Roberto Formigoni: "Mai confondere ciclismo e politica"

Europa Roma e Lombardia, sono il mondo di Roberto Formigoni, il Governatore più longevo d’Italia. Il Governatore ha voglia di parlare di sport, e lo fa con il garbo, la competenza e la disponibilità che gli sono propri.

La carriera politica

Eletto nel 1995 è stato rieletto nel 2000 con il sostegno del 62,5 per cento dei votanti. Il terzo mandato nel 2005, fino ad arrivare al 28 e 29 marzo dello scorso anno quando i cittadini della Regione più importante d’Italia (che realizza un quarto del Pil del Paese e attrae il 50 per cento degli investimenti stranieri) gli hanno attribuito una fiducia quasi plebiscitaria, con quasi 3 milioni di voti.

Lo incontriamo alla vigilia della sfida iridata di Copenaghen, nell’avveniristico “Palazzo Lombardia”. Un sofisticato complesso di edifici, tra cui un grattacielo alto 161,3 metri – il più alto d’Italia -. Qui dallo scorso mese di febbraio ha sede il Governo della Regione con la presidenza e la totalità degli assessorati.

Nel suo ampio ufficio ad un passo dal cielo, il Governatore Roberto Formigoni osserva sereno e soddisfatto l’incedere della città. Scruta dal 35° piano una Regione perennemente in movimento, anche in un momento tutt’altro che facile. La giornata è bella. Il sole di fine estate risplende caldo.

Presidente, ma è proprio vero che lo sport e la politica è bene che non vadano a braccetto?

«Penso di sì. Diciamo che è auspicabile. Non è bello uno sport che si porta dietro connotazioni e colorazioni politiche».

E che idea si è fatto del Giro della Padania?

«Purtroppo per la corsa c’è stata una brutta speculazione politica. Il Giro della Padania era semplicemente una gara di ciclismo collocata nel calendario ufficiale della Federciclismo. Il nome Padania non aveva nessuna valenza secessionista, quindi quelli che si sono messi a contestare, addirittura con atti di violenza, hanno completamente sbagliato indirizzo o per lo meno obiettivo ».

Però quella maglia verde…

«Anche al Giro d’Italia c’è la maglia verde: quella del miglior scalatore».

Presidente, ci racconti qualcosa di lei…

«Sono il primo di tre fratelli, e cresco in una casa di due piani nel centro di Lecco, già dimora dell’onorevole Vittorio Calvetti, storico deputato della Democrazia cristiana, e dell’onorevole Guido Alborghetti del Partito repubblicano italiano. Qui trovò sede anche la sezione lecchese del Partito socialdemocratico e, sempre qui, nacque Giulio Boscagli, futuro sindaco della città.

Come vede le premonizioni della politica abbondavano fin d’allora. A Lecco ho respirato l’impegno sociale e politico, immergendomi pienamente nella vita della comunità del mio paese e vivendo le grandi battaglie degli anni Settanta. L’incontro con don Luigi Giussani e l’esperienza di Gioventù studentesca prima e di Comunione e Liberazione poi hanno rappresentato il terreno fertile su cui è germogliata la mia passione per la politica».

Con una laurea in filosofia nel cassetto…

«Esattamente. Io sono sempre stato un anticonformista: il percorso aureo di un ragazzo lecchese degli anni Settanta prevedeva di diventare ingegnere, commercialista o medico. Io sono andato contro le regole iscrivendomi alla facoltà di Filosofia dell’Università Cattolica di Milano. Mi sono laureato nel ’71 con 110 e lode e bacio accademico.

Cosa mi attraeva allora? Organizzare cooperative di lavoro per aiutare e favorire le relazioni nel lavoro e la cultura.

Dalla filosofia alla politica

Il mio approdo in politica è stato quindi il modo più naturale di continuare a coltivare queste passioni. Nella consapevolezza di potermi rendere maggiormente utile assumendo pubblicamente la difesa del le cose che io, e tanti altri come me, avevamo costruito attraverso le cooperative e i centri culturali.

E per fare questo era necessario, anche in campo politico, realizzare un progetto che aiutasse queste opere a vivere e desse voce alle persone che credevano in tale percorso. Questo era il progetto politico del Movimento popolare di cui sono stato fondatore e presidente fino al 1987 e che ha dato vita a straordinarie iniziative la cui più nota è certamente il Meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini che quest’anno ha festeggiato la trentaduesima edizione: difendere la libertà di tutti, credenti e non».

Passione per la politica: quali sono le sue altre passioni?

«Ne ho tante, ma una è la grande musica rock: dai Beatles ai Rolling Stones fino ai Jefferson Airplane, senza dimenticare il grande Lucio Battisti. Nel mio ipod ho anche Mina, Elisa, Beethoven, Mozart, i Red Hot Chili Peppers e gli AC/DC.

Una delle mie passioni insieme al Milan, è la letteratura: da Pavese a Kerouac, passando per Péguy. Ma non ho mai dimenticato neanche il primo amore, quello per il giornalismo. La laurea honoris causa, ricevuta nel dicembre del 2004, in Scienza della comunicazione dalla Libera Università di Lingue e Comunicazione è stata per me motivo di grande soddisfazione e orgoglio».

Presidente, quando la bicicletta entra nella sua vita?

«La prima bicicletta arriva all’età di quattro anni, con le rotelline che io tolsi quasi subito perché imparai immediatamente a stare in equilibrio. Poi a dieci anni un bel Gesù Bambino: una bicicletta di color argento, che utilizzai come un forsennato.

Prima in cortile, poi crescendo, scalando le innumerevoli salite nei dintorni di Lecco: vi assicuro che sono davvero tante. Negli anni del liceo (classico, al Manzoni di Lecco, ndr), mi avvicino anche ad altre pratiche sportive che mi prendono quanto il ciclismo. E parlo di corsa campestre, basket e scherma, con maestro il mitico Dario Mangiarotti (campione olimpico nel ’52 e cinque volte mondiale, ndr).

Oggi i miei sport di riferimento sono il running, il nuoto e il ciclismo. Ho una notevole quantità di biciclette, che tengo tutte gelosamente nel garage, ma che di tanto in tanto presto anche ai miei più cari amici, perché amo contaminare gli altri con le mie passioni e la bicicletta per me è una grande passione. Della mia collezione di biciclette citerò due perle: una mountain-bike Colnago by Ferrari e una sportiva che mi regalò Felice Gimondi».

Quest’anno ci sarà un Lombardia che sembra essere tutto in suo onore: partenza dalla sede della Regione e arrivo a Lecco…

«Per il secondo anno consecutivo il Lombardia partirà da questa nuova sede per arrivare, questa è una novità, a Lecco. Ma la prego, non dica neanche per scherzo che questa corsa è in mio onore.

A Como, dove per diversi anni la corsa si è conclusa, alcuni esponenti dell’opposizione hanno detto che dietro a questo cambiamento c’ero io, ma la cosa è assolutamente falsa. L’idea di alternare la sede d’arrivo è della Rcs Sport, l’ente organizzatore de La Gazzetta dello Sport: io non ho fatto altro che prenderne atto».

Senta Presidente, un campione che l’ha fatta sognare…

«Io da ragazzino ero rigorosamente coppiano. Poi ho seguito tutti i più grandi campioni italiani, che hanno scritto pagine memorabili di storia ciclistica. Mi ricordo che ero sulla salita del Pian dei Resinelli a vedere Franco Balmamion che vinse due Giri d’Italia senza vincere nessuna tappa.

Poi ho gioito per Nencini, Baldini, Mot ta, Dancelli, Cribiori, Gimondi… Ma l’elenco è lunghissimo. Di corridori ne ho conosciuti tantissimi, e con alcuni di loro ho anche instaurato un rapporto di profonda amicizia.

Dei cosiddetti contemporanei, cioè di coloro i quali ancora corrono, potrei dire Ivan Basso. Mi è piaciuta la sua parabola di uomo e di atleta che ha sbagliato e con grande dignità ha pagato il suo prezzo con la giustizia sportiva ed è tornato a recitare il ruolo di attore protagonista.

Mi è piaciuta la sua vittoria al Giro dell’anno scorso e ho seguito anche il suo recente successo ottenuto al Giro di Padania. Certo, da lui mi aspettavo qualcosa di più al Tour, ma non è sempre domenica…».

Frughi nella sua memoria. Socchiuda gli occhi: cosa vede?

«Il primo ricordo non è visivo ma sonoro: 1956, ho nove anni e mi vedo attaccato alla radio, per ascoltare la gara olimpica a Melbourne vinta da Ercole Baldini. Invece ho bene impresse nella mia mente le immagini di due mondiali, che per me restano memorabili. Quello di Felice Gimondi a Barcellona e di Marino Basso a Gap.

Nel ’72 quel finale da cardiopalmo con Franco Bitossi lanciato verso la maglia iridata e poi raggiunto e ripreso da Marino Basso a pochi metri dal traguardo. Ho ancora nelle orecchie la telecronaca concitata di Adriano De Zan che grida Bitossi Bitossi Bitossi… Basso.

Poi quella volata di Felice Gimondi, che fa secchi sia Maertens che Eddy Merckx. Sulla carta Felice è battutissimo, invece quel giorno fa la volata della vita e io devo dire che ero felice quanto lui».

Oltre ad essere un grande coppiano mi pare di capire che è anche un grande gimondiano…

«Molto Gimondiano, con la G maiuscola. Però io nel cuore ho anche “il terzo uomo”, quel Fiorenzo Magni che seppe scrivere pagine memorabili di sport con “quei due là” tra le ruote: il che non era cosa semplice. Ma non amo solo il ciclismo su strada, adoro anche quello su pista. E tra i campioni preferiti, mi porto nel cuore Antonio Maspes.

Quelle riunioni su pista dove Antonio deliziava gli sportivi con le sue volate rabbiose o con quegli eterni surplace erano assoluta delizia. Beh, sono cose che restano nella memoria di chi, come me, lo sport del ciclismo lo ama profondamente».

A proposito di pista: potremo mai rivedere a Milano una Sei Giorni?

«Qualche anno fa con la Fiera di Mi la – no abbiamo riorganizzato la Sei Giorni. Ci abbiamo provato e non è stato nemmeno un esperimento malvagio. Oggi è chiaro che il ciclismo è molto cambiato.

Sappiamo perfettamente che quel monumento che prende il nome di Vigorelli ha una pista magica ma oggi ritenuta da tutti i tecnici anacronistica perché troppo lunga e quindi poco adatta alle manifestazioni di adesso. Cosa posso dire? Queste iniziative non sono più fattibili dal “pubblico”.

Ci vuole un pool di privati e il pubblico può dare loro una mano. Sarebbe bello che degli imprenditori privati avessero queste capacità. Noi come Lombardia abbiamo imprenditori illuminati che hanno a cuore le sorti del ciclismo e molto hanno fatto per questo sport.

Mi riferisco ad esempio al dottor Giorgio Squinzi, che tutti conoscono come il signor Mapei. Con questo non voglio dire che debba essere Squinzi a costruire un palazzo dello sport nuovo, ma chiamo in causa questo grande capitano d’industria come esempio per dire che industriali capaci e preparati come lui potrebbero fare sistema per poter arrivare alla realizzazione di un progetto che preveda la costruzione di un nuovo impianto. In tal caso la Regione risponderebbe presente».

Gare?

«Mai. Come le ho detto prima, per me lo sport è salute amicizia e motivo di aggregazione. La competizione, il mi glioramento del risultato lo faccio con me stesso. Mi misuro, cerco di fare sempre meglio, ma senza ossessioni e senza degenerazioni ».

Ha mai pensato ad una squadra regionale?

«Mai. Però penso ad un’altra cosa. Come le ho già detto per il Giro di Padania, in quel contesto non ho trovato nulla di male o di negativo. È una corsa in più che è andata in calendario, in un momento in cui si fa fatica ad organizzare corse.

Con questo dico a tutti, amici e competitori politici, che il ciclismo e lo sport è bene che restino fuori dalla politica. Però mi piacerebbe anche vedere più Italia.

Ad esempio ho apprezzato molto l’idea di Paolo Bettini, che poi non ha fatto altro che fare suo un pensiero del povero Franco Ballerini, di varare da quest’anno dei mini-raduni azzurri atti a cementare lo spirito di squadra, di appartenenza e di maglia. Ecco, in questa logica mi piacerebbe vedere la nazionale italiana più impegnata.

Non mi piace vederla solo una volta all’anno, in occasione dei campionati del mondo. Sarebbe bello trovare anche altri spazi, altri momenti. Se non ricordo male, fino agli anni Sessanta, anche il Tour de France era organizzato per nazionali. Capisco che forse oggi questa cosa è improponibile, però mi piacerebbe vedere più azzurro. In questo Paese che fa largo alla Padania, vorrei anche più Italia».

Bugno o Chiappucci?

«Due grandissimi campioni, molto diversi ma egualmente forti. Però ho sempre parteggiato per Chiappucci: il corridore forse meno dotato, ma capace di lottare fino in fondo, senza arrendersi mai».

Moser o Saronni?

«Entrambi. Francesco un attaccante nato, Beppe più calcolatore, sparagnino: ma che corridori…».

Le vittorie più recenti che le sono rimaste nel cuore?

«Quella di Zolder di Mario Cipollini: l’esaltazione dello spirito di squadra. Un vero e proprio capolavoro firmato Franco Ballerini, un uomo che al ciclismo manca assolutamente. E poi le due bellissime vittorie iridate dell’attuale ct azzurro, Paolo Bettini. Però che bella la sua vittoria olimpica ad Atene… Quella è stata una vittoria che è uscita dai confini del ciclismo per diventare eterna».

C’è una cosa che le manca del ciclismo?

«Mi spiace non poter andare a vedere una tappa di montagna al Giro d’Italia. Gli impegni sono talmente tanti che non riesco a ritagliarmi almeno un gior no e mezzo di libertà: ecco, una tappa dolomitica, o un bel Mortirolo o lo Stelvio da gustare a pieni polmoni mi mancano davvero tanto».

Cosa non le piace del ciclismo?

«Quando finisce nelle maglie dell’antidoping. Negli ultimi anni abbiamo dovuto superare innumerevoli prove e scandali. Mi sembra che nell’ultimo anno e mezzo però qualcosa sia cambiato, in Italia e all’estero. Ma è meglio dirlo a bassa voce, perché quando pensavamo di aver superato la crisi, il ciclismo ci ha miseramente smentito».

Cosa si dovrebbe fare?

«Francamente non lo so, io non ho suggerimenti tecnici da dare. Posso solo dire una cosa: proseguire sulla strada intrapresa. Mi sembra che i frutti si stiano vedendo. Poi cercare in tutti i modi di salvaguardare i giovani, i corridori più piccini. Bisogna cercare in tutti i modi di fare un salto di qualità culturale.

Alle famiglie va detto che vincere è bello, ma perdere non è la fine del mondo. Va spiegato loro che la prima cosa è che i loro ragazzi si divertano e stiano bene. Certo che davanti ai nostri occhi abbiamo una società malata, drogata, sempre pronta a cambiare le regole del gioco pur di arrivare. Pur di primeggiare, sempre e comunque».

Lo sa che anche nelle gran fondo, praticate spesso da seri professionisti con la passione per le due ruote, la logica dell’aiutino è ormai all’ordine del giorno?

«Lo so e lo trovo aberrante».

Non pensa che per ragazzini di 6-7-8 anni, la classifica e le premiazioni debbano essere abolite?

«Potrebbe essere una scelta, anche se io non trovo scandaloso fare la gara, competere. È connaturato nell’uomo il desiderio di misurarsi, provare a migliorarsi, a fare sempre meglio. Il problema è che va fatto capire che la sfida deve essere credibile e leale.

Che gusto si prova a dire “io ti ho battuto”, ben sapendo che hai mangiato di tutto? Che con le tue reali forze naturali non saresti arrivato da nessuna parte? Lo trovo molto patetico.

I genitori che dopano i loro bimbi sono folli. Gli adulti, i cosiddetti cicloamatori della domenica, che ingeriscono di tutto pur di far vedere quando sono bravi, lo ripeto: sono aberranti. L’agonismo fa parte dello sport. Quello che non fa parte dello sport è l’agonismo esasperato. Non è bene pensare che conti solo arrivare primo.

Quello a cui si deve mirare è il desiderio di vincere, di migliorarsi, ma in un contesto di assoluta lealtà e di assoluta stima dell’avversario. Il gesto sportivo è un gesto eminentemente umano, ne parlava anche San Paolo: è come un gesto della vita. Ma non deve essere considerato come unico gesto che dà un senso alla nostra vita».

Lei ha studiato anche alla Sorbona. Per il ciclismo la Sorbona delle due ruote è il Tour de France: è mai stato al Tour?

«No, mai. Ho sempre seguito la Grande Boucle in tivù. È una corsa che mi piace tantissimo. Quest’anno speravo che Ivan Basso andasse meglio ma, come ho detto prima, ce l’ha messa tutta. Ha dato il massimo. La vittoria non è tutto. Però una cosa vorrei aggiungerla…. ».

Quale, presidente?…

«Il sogno di vedere il Tour a Bergamo non è ancora svanito. Ho subito dato il mio sostegno a Felice Gimondi e ad un gruppo di industriali bergamaschi che hanno in serbo questo desiderio. Noi come Regione siamo al loro fianco».

Milano non potrebbe essere anch’essa una bella sede di partenza del Tour?

«Io dico che sono pronto a considerare qualsiasi ipotesi perché sono sempre stato convinto che lo sport è un fantastico mezzo di promozione per un territorio. Credo nel valore economico e culturale dello sport».

Invidia il suo omologo, il Governatore della Toscana Enrico Rossi, che organizzerà il Mondiale nel 2013?

«E perché mai? Sono contento che anche loro si diano da fare, ma io sono felice d’averlo organizzato due anni fa a Varese. Vi ricordate il successo di quel mondiale con la vittoria di Alessandro Ballan?».

Un amico del ciclismo al quale è molto legato…

«Ivano Fanini, sono da anni presidente onorario dell’Amore & Vita. Ivano è un amico e penso che se oggi il ciclismo è un pochino più credibile parte del merito sia suo. Ha fatto tantissimo, pagando anche in termini personali. A volte lo tradisce il suo carattere da toscanaccio irruente, ma è innegabile che ha fatto molto per il suo sport. Io sono lieto e orgoglioso che il mio nome sia accostato alla sua squadra e vicino alle sue maglie».

Un Giro d’Italia che non termina a Milano è un Giro che manca di qualcosa?

«Credo che l’ultima tappa del Giro a Milano collochi il Giro d’Italia nella sua storia. È la sua naturale conclusione ».

Per lei, Presidente, che colore ha lo sport?

«Quello della pace e della fratellanza: tutti i colori del mondo».

Roberto Formigoni con la maglia della nazionale italiana: un augurio ideale per il ciclismo di casa nostra.