In questo botta&risposta, il giovane ciclista Simone Ponzi si racconta: “Quando andavo all’asilo mia mamma mi portava già ad allenarmi anche se non potevo ancora gareggiare”

di Giulia De Maio

simone ponzi intervista

Simone Ponzi, cosa c’è scritto sulla tua carta d’identità?

«Nato a Manerbio, provincia di Brescia, il 17 gennaio 1987. Residente a Ghedi con papà Amerigo, mamma “Guerri” e mia sorella Laura. Situazione sentimentale: fidanzato da tre anni con Elisa. Professione: dal 2009 ciclista professionista ».

Quando hai iniziato a pedalare?

«Ancora prima della G1, quando andavo all’asilo mia mamma mi portava già ad allenarmi anche se non potevo ancora gareggiare. La passione è cresciuta guardando le tappe del Giro in tv. In famiglia prima di me è arrivato al professionismo solo mio zio Agostino Bertagnoli, tanto forte da dilettante quanto sfortunato nella massima categoria in cui ha potuto esprimersi solo per qualche mese perché costretto ad appendere la bici al chiodo per la rottura di una spalla».

Il tuo punto forte in bici?

«Lo scatto, non vedo l’ora che arrivi uno strappettino per inventarmi qualcosa».

Quello debole?

«A volte mi sottovaluto, per questo non riesco a fare quello che ho in testa alla partenza».

In due anni alla Lampre non hai raccolto molto, ora alla Liquigas sembra tu ti sia sbloccato.

«In Lampre non mi sono trovato bene, sono passato da un team di – lettantistico in cui ero molto seguito (la Zalf Désirée Fior, ndr) a una formazione in cui sono stato lasciato troppo spesso solo. Quest’anno in Liquigas invece ho trovato nuovi stimoli grazie a una squadra che offre un bellissimo ambiente e che mi dato grande fiducia. I numerosi ritiri mi stanno servendo molto. Ho scoperto dei compagni fantastici e ho imparato quasi di più in questi ultimi mesi che nelle mie prime due stagioni in maglia blu-fucsia».

Quando ti sei reso conto che stavi iniziando a ingranare?

«Ho capito che questo era l’anno buono al Tour Down Under, in cui ho raccolto qualche piazzamento nonostante mi fossi presentato al via con solo 2000 chilometri nelle gambe. Dopo la seconda piazza al Laigueglia, ho avuto qualche problema al ginocchio.

Dopo un breve stop sono ripartito dal Giro di Svizzera, al Campionato Italiano sono andato bene, ma non ero ancora al top. La mia prima vittoria tra i grandi è arrivata al Gp Kranj, la seconda la settimana dopo ad Arona nella Coppa Papà Carlo».

Come sogni la prossima vittoria?

«Spero di sfruttare al meglio il buono stato di forma per far mia una corsa importante come il Gp di Plouay, sarebbe la ciliegina sulla torta di una grande stagione ».

Da piccolo cosa volevi diventare?

«Sono sempre andato in bici e ho sempre voluto solo fare il ciclista».

E ora, pensando a quando sarai più grande?

«Mi renderebbe felice continuare a fare quello che sto facendo ora il più a lungo possibile».

L’aspetto più bello della vita da ciclista?

«Trovarsi bene nella propria squadra, essere soddisfatti del ruolo che si ricopre e far parte di un bel gruppo con il quale ci si sente a casa».

Il più brutto?

«Negli ultimi due anni ne ho viste di tutti i colori, ma ciò che più mi da fastidio è senz’altro l’etichetta di dopati che ci viene affibbiata».

Sai cucinare?

«Il minimo indispensabile: la pasta, il roast beef. Sono bravissimo a tirare fuori dal frigorifero il prosciutto cotto (sorride, ndr)».

Qual è il tuo piatto preferito?

«Lo spiedo».

Come andavi a scuola?

«Ho frequentato tre anni di “liceo della comunicazione” a Brescia, poi ho la sciato da parte i libri per la bici».

I compagni di banco ti canticchiavano il ritornello: “paraponzi ponzi po”?

«Sempre e adesso lo cantano i miei compagni di squadra. Alle corse ora spopola anche il motivetto della pubblicità del “Gratta e Vinci”: “ponzi ponzi po ro po…”».

Hai un portafortuna?

«No, ma ho sempre con me la fotografia della mia nonna paterna Renata».

Doccia o bagno?

«Doccia».

Bionda o mora?

«Mora».

Sanremo o Roubaix?

«Sanremo e Liegi, le più belle corse in assoluto».

Nel 2007 Simone Ponzi da Under 23 ha conquistato il Campionato d’Italia.

Una corsa a cui hai dimostrato di tenere molto anche quest’anno, salendo sul terzo gradino del podio.

«Sì, la sento dentro. Ogni anno alla partenza se penso che sto per giocarmi il tricolore mi viene la pelle d’oca».

Sempre tra i dilettanti hai portato a casa un argento ai mondiali di Varese 2008.

«I campionati italiani e i mondiali sono quelle gare che vanno corse per vincere. Vestire la maglia azzurra nella massima categoria è un altro dei miei sogni».

Per non farti mancare nulla, nel 2008 hai vinto anche l’Oscar tuttoBICI Under 23.

«Ricordo la bellissima serata della premiazione a Bergamo e l’emozio ne di ricevere un riconoscimento che vuol dire continuità durante un anno intero, un trofeo a cui am bivo molto. Il premio è appeso in camera mia, sopra ora c’è la medaglia di bronzo che ho vinto ai campionati italiani di quest’anno».