Thomas Voeckler: «Io amo il ciclismo. Ma la maglia gialla è stata un’avventura bellissima che speravo di concludere sul podio. E comunque quel giorno, per me, il Tour de France era un di più: il posto di un padre è accanto alla sua sposa e alla figlia per aiutarle»

di Paolo Broggi; foto di Luca Bettini

Thomas Voeckler: la seconda figlia a poche ore dal Tour de France

Il Tour di Thomas Voeckler è cominciato una settimana prima del 3 luglio. E non per inseguire la maglia gialla, ma per aspettare un fiocco rosa, la sua seconda figlia, nata poco prima dell’inizio del Tour de France.

«Per una settimana ho fatto la spola tra casa e il reparto di maternità dove era ricoverata mia moglie Julie. La notte in cui è nata Lila, la nostra seconda bambina, l’ho passata in bianco e mancavano meno di 48 ore al via del Tour. Ma anche nelle notti precedenti avrò dormito al massimo tre o quattro ore, le contrazioni non ci lasciavano in pace.

Un piede in pista, l’altro a casa

Domenica pomeriggio, dopo la cronosquadre sono tornato a casa in bicicletta, a Mouilleron-le-Captif, per vedere come stavano mia moglie, che aveva lasciato l’ospedale, e le nostre bimbe Mahé e Lila. Non ho mai sentito di un corridore del Tour che andasse a casa, beh io l’ho fatto. Avevo chiesto che mi avvisassero, in caso di controlli.  In bici sarei arrivato in cinque minuti.

Quel giorno, per me, il Tour era un di più: il posto di un padre è accanto alla sua sposa per aiutarla. Ma Julie è una donna forte e quando sono risalito in bici mi ha salutato dicendomi “Vai, io sono con te”. Il massimo, per un corridore».

Come il massimo è anche la maglia gialla

Indossata per dieci giorni nel 2004 aveva permesso di far conoscere al mondo questo ragazzo nato in Alsazia, cresciuto in Martinica fino a 17 anni e rientrato poi in Francia per trovare casa, famiglia e lavoro in Vandea. Allora piacque a tutti la favola di “T blanc”, “il bianco”, come vengono apostrofati gli europei in terra caraibica.

Stavolta i dieci giorni in maglia gialla hanno fatto di Voeckler un eroe nazionale, un corridore capace di far sognare la Francia intera, di ravvivare ulteriormente uno spirito nazionalistico sempre forte. Stavolta in molti hanno sognato che Voeckler potesse arrivare in maglia gialla a Parigi.

T blanc

Mollerà a Luz Ar diden, cederà a Plateau de Beille, non arriverà a Pinerolo, si arrenderà sul Galibier. Nulla di più sbagliato. Perché T Blanc è arrivato in maglia gialla al via della tappa dell’Alpe d’Huez, a 48 ore di distanza da Parigi. Non succedeva da 22 anni che un francese ci riuscisse, l’ultimo era stato Laurent Fignon nel 1989, prima di arrendersi a Greg Lemond nella crono finale di Parigi.

Con la sua fiammante Colnago gialla, Thomas Voeckler si è difeso fino all’Alpe d’Huez.

Stavolta Voeckler si è arreso prima ma non è andato alla deriva: sull’Alpe si è difeso al la grande, nella crono di Grenoble non ha mollato un centimetro, ha coltivato il suo sogno fino all’ultimo chilometro.

«Ho sognato di riuscire a salire sul podio, per questo a Parigi ero deluso. Ma alla vittoria nel Tour de France non ho mai pensato, nemmeno un momento. Ma secondo sì, la mattina dell’Alpe d’Huez pensavo di poterci arrivare. Avrei scommesso sulla vittoria di Evans, sapevo che a cronometro non avrebbe avuto rivali.

Comunque il mio bilancio è ottimo: preferisco essere arrivato quarto correndo il Tour alla mia maniera che non secondo senza mai essermi battuto, senza che si parlasse di me».

Con lei è stata straordinaria tutta la squadra.

«La mia vita non cambierà per questo piazzamento, ma quella della Europcar sì. E li devo ringraziare tutti perché se non mi fossi trovato con quattro compagni di squadra tra il Galibier e l’Alpe d’Huez non sarei mai riuscito ad arrivare quarto. Quel che ha fatto il team, quel che ha fatto Pierre Rolland, quel che ho fatto io alla vigilia era davvero impensabile Nessuno a Les Herbiers avrebbe scommesso 10 euro su Voeckler tra i primi cinque a Parigi, ma nello sport nulla è scritto in anticipo, grazie a Dio».

In barba a programmatori, centellinatori e ideatori di tattiche, Voeckler è il ciclista del Tour de France che ha corso più di tutti: 78 giorni dall’inizio della stagione al traguardo di Parigi. Perché questa scelta?

«Ho corso tanto, è vero, ma sono arrivato alla fine del Tour nelle migliori con dizioni di forma della mia vita. Quando ho esordito, all’Étoile de Bessèges, in febbraio, avevo cinque chili di troppo ma questo non mi ha impedito di rientrare da solo su cinque corridori in fuga.

Al Mediterraneo non mi aspettavo certo di vincere una tappa eppure l’ho fatto. All’Haut Var ho battuto avvversari già molto ben preparati, alla Parigi-Nizza ho vinto addirittura due tappe. E poi ancora alla Quatre Jours de Dunkerque e al Giro del Trentino. Quest’anno abbiamo un nuovo sponsor e ho pensato che fosse meglio raccogliere qualcosa, nel caso al Tour andasse male.

La realtà, comunque, è che a me non piace troppo allenarmi, non sono metodico, non riesco nemmeno ad avvicinare il rendimento che poi ho in corsa. Per questo non cambierò preparazione l’anno prossimo: non mi ve do proprio in ritiro per due settimane a Tenerife. Ad essere sincero non mi vedo nemmeno lì il prossimo anno a lottare per un altro piazzamento di questo tipo al Tour.

Sono molto lucido nelle mie analisi, so bene che tanti big come Wiggins, Van den Broeck, Brajkovic e Klöden sono stati costretti al ritiro. E potrà anche sembrarvi strano, ma il Tour non è la corsa che amo di più. Io amo il ciclismo, ma alla Grande Boucle non si lascia abbastanza spazio per lo sport, denaro e marketing si mangiano tutto».

Torniamo alla Europcar: lei ha scelto direstare con Bernaudeau, ma è vero che si era lamentato perché la squadra era troppo debole?

«È vero ma “Chartix” (Anthony Charteau, amico e compagno di squadra, ndr) mi ha detto “non inquietarti, se tutti facciamo il nostro dovere, tutto andrà bene”. E aveva ragione. Chissà, forse il rischio di veder scomparire la squadra ci ha dato nuove motivazioni, mi sembra che adesso tutti ci mettano il cuore, mentre prima forse il nostro era diventato un lavoro di routine».

Dieci giorni in maglia gialla nel 2004, altrettanti nel 2011: quali le differenze?

«Una sola: ho sfruttato l’esperienza di allora per vivere meglio. Ricordo che nel 2004 arrivavo a sera sfinito, rientravo tardi in albergo, ero super sollecitato perché anche allora la squadra era alla ricerca di uno sponsor, ero giovane. Stavolta non ho più commesso gli stessi errori, ma bisogna passarci, per capire.

Philippe Gilbert mi ha confidato “la vittoria al Mont des Alouettes mi ha ucciso”’. Voleva dire che non ha mai recuperato le fatiche di quel giorno e di quella vittoria. Lui è abituato a vincere grandi gare, ma il Tour è un’altra cosa, se non la conosci ti travolge. Ora, però, spero che questa avventura in giallo non mi crei problemi di popolarità. Lo dico senza falsa modestia, ma sarei desolato e sconfortato se mi accorgessi di essere seguito in un supermercato op – pure mentre passeggio al parco con le mie bambine.

Se non potessi più godermi le cose semplici della vita, allora sì che sarei triste. Ma voglio pensare che non sarà così: mi piacerebbe continuare ad essere applaudito alle corse perché sono Thomas Voeckler il corridore e vivere una vita normale in tutti gli altri giorni perché sono Thomas Voeckler, il marito e il padre».