L’inchiesta: Perché tante cadute al Tour de France? L’inchiesta: Perché tante cadute al Tour de France?
Tante cadute, tanti favoriti costretti a lasciare il Tour de France prima ancora delle montagne. Nervosismo, strade strette, materiali, scelte tattiche: quali le cause... L’inchiesta: Perché tante cadute al Tour de France?

Tante cadute, tanti favoriti costretti a lasciare il Tour de France prima ancora delle montagne. Nervosismo, strade strette, materiali, scelte tattiche: quali le cause di un simile disastro? Lo abbiamo chiesto direttamente ai protagonisti

di Francesco Cerruti; foto di Roberto Bettini

L’inchiesta: Perché tante cadute al Tour de France?

L’anagramma di Tour è urto. E forse per questo la 98a edizione della Grande Boucle, il Tour de France, sarà ricordata non solo per gli scatti in salita, ma anche per le numerose cadute che hanno condizionato ed eliminato parecchi corridori nei primi dieci giorni di corsa.

Il bollettino dei “caduti” nella prima settimana di gara è stato più pingue. Ma se si osserva la tabella che vi proponiamo a corredo di questo nostro servizio, potrete notare che i primi dieci giorni di corsa, quando la classifica è corta e le forze in campo sono ancora belle piene, le cadute sono all’ordine del giorno.

In ogni caso nei primi nove giorni di corsa abbiamo assistito ad un vera e propria ecatombe: 18 ciclisti a casa perché vittime di capitomboli, più o meno gravi.

Ma come mai in questo Tour si è verificato un numero così elevato di cadute?

I punti di vista sulla questione sono tanti quante le cadute. Neppure tutti i tecnici sostengono che quest’anno siano state (e noi ve lo dimostriamo numeri alla mano) più di altre edizioni.

Il dato certo è che mai tanti nomi nobili del gruppo sono stati costretti a lasciare la Grande Boucle prima di poter dimostrare il loro valore sulle salite della seconda e terza settimana di gara. In Bretagna ha lasciato penne lo sloveno Janez Brajkovic, uno dei leader della Radio-Shack. Nella Loira è toccato a Bradley Wiggins, capitano Sky, e ad Horner.

Le “vittime”

Le strade dell’Alvernia sono state fatali a Vinokourov e Van Den Broeck: tutti atleti che sarebbe stato normale vedere nella top ten di Parigi. Senza contare le tre cadute di Alberto Contador, più che nelle altre corse a tappe da lui vinte. E quelle che hanno coinvolto Gesink, Leipheimer e Kloden, riducendo il loro Tour a due settimane di agonia.

Non si possono dimenticare poi le due situazioni fuori dall’ordinario che hanno coinvolto Nicki Sorensen da una parte, Juan Antonio Flecha e Johnny Hooger land dall’altra. Il danese è stato letteralmente disarcionato da una moto dell’agenzia fotografica Getty’s, lo spagnolo e l’olandese sono stati scambiati per due birilli e abbattuti da un’auto della televisione francese.

Nessuna protesta (o quasi)

Neppure questi episodi hanno però creato, come poteva essere logico aspettarsi, grandi movimenti di protesta da parte dei corridori e delle squadre. Il Tour è la corsa più importante al mondo, e ci vuole molto coraggio per battere i pugni sul tavolo e chiedere più attenzione nei confronti di chi porta avan ti lo spettacolo. Qualcuno fra i senatori del gruppo però non ha potuto fare a meno di pronunciarsi sulla sicurezza, o presunta tale, delle strade di Francia.

L’inchiesta: Perché tante cadute al Tour de France?

«Io non chiedo hotel a cinque stelle né letti a baldacchino – è sbottato Fabian Cancellara durante il primo giorno di riposo. – Però pretendo di poter fare il mio lavoro senza dovermi preoccupare della mia incolumità fisica.

Ci sono situazioni incontrollabili che fanno parte del mestiere. Però in questo Tour abbiamo vissuto più di un episodio negativo per i ciclisti, non dovuto alla corsa. Bisogna avere più rispetto per chi fa fatica tutto l’anno per preparare al meglio il Tour de France. I tifosi godono nel vedere gli scatti in montagna e le volate a tutta ve locità, non ciclisti a terra con la clavicola rotta».

Lo svizzero si è però anche spinto oltre, provando ad analizzare il perché di così tante cadute. 

«Non si può correre in duecento su strade così strette. Sarebbe più giusto, quando si disegna il percorso, tenere conto di quanti ciclisti partecipano e decidere di non far percorrere strade di paese, ma più larghe».

Spartacus se la prende con i percorsi, ma non trova molti alleati fra gli addetti ai lavori.

«Le strade di Francia e del Tour sono le stesse di sempre, e non hanno mai rappresentato un problema – ribatte Roberto Damiani, team manager della Lampre Isd. – Piuttosto negli ultimi anni da parte degli atleti c’è un bisogno fisico di stare nelle prime posizioni del gruppo e questo porta a un intasamento della testa del plotone che necessariamente aumenta il rischio delle cadute».

Ritornando con la memoria indietro di qualche anno colpisce il fatto che, ad esempi0, Pantani e Indurain passavano i primi giorni di corsa in fondo al gruppo. Circondati da compagni che, in caso di cadute o buchi, poi andavano a tutta per recuperare il terreno perduto.

«Però è comprensibile che in una corsa importante come il Tour de France tutti cerchino di stare davanti – prosegue Damiani. – Gli uomini di classifica, i velocisti, chi punta alle maglie: nessuno di questi si può permettere di rimanere indietro, e al Tour ancora meno che nelle altre corse».

C’è poi chi, individuando il problema nel numero spropositato di concorrenti rispetto alla strettezza delle strade, cerca soluzioni che non danneggino né i ciclisti né lo spettacolo.

«Il fatto che ci siano troppe biciclette in troppo poco spazio è la sacrosanta verità. Si potrebbe pensare di far partecipare alle grandi corse a tappe otto uomini per squadra», propone Davide Cassani, ex professionista e ormai storico commentatore Rai.

Proprio Cassani viene in mente a Gianni Mura, una delle memorie storiche della carovana del Tour de France. Il giornalista di Repubblica ha portato a ter mine il suo ventiseiesimo Tour, il primo è datato 1967.

«Molti incidenti sono dovuti al dilagare delle radioline. Fino a qualche anno fa non venivano usate ed erano gli stessi corridori in gruppo a segnalarsi a vicenda i punti problematici. Mi vengono in mente ragazzi intelligenti come Poggiali prima, Cassani e Conti in tempi più recenti. Gestivano il traffico nel gruppo e avvisavano i capitani, che restavano ben coperti dagli altri compagni, di eventuali punti critici.

Adesso sono i di rettori in ammiraglia che pretendono di regolare il comportamento di chi è in mezzo al gruppo, non potendo conoscere nel dettaglio quello che vi accade e riducendosi ad invitare tutti a lottare per le prime posizioni. Ma se ogni leader accompagnato da tre compagni sgomita allora ecco che sono già più di trenta ciclisti a dannarsi per stare davanti, senza contare i velocisti e chi punta alla tappa».

Henrik Redant, ex professionista belga e attuale direttore sportivo della Omega Pharma di Van Den Broeck, approfondisce il concetto.

«Almeno quaranta corridori vogliono stare davanti, e almeno venti di loro non sono abituati a “limare”. A quel punto le probabilità di una caduta diventano molto alte e per de di importanza la posizione in cui ci si trova in gruppo. Penso a Van Den Broeck: ha corso per nove giorni nelle prime venti posizioni ed è caduto. Le biciclette di adesso poi sono molto più leggere di quelle di quindici anni fa e più difficili da controllare in situazioni di emergenza».

Tanti sono i punti di vista, due le certezze, rilanciate senza esitazione da Ivan Basso.

La tensione creata dalla moltitudine di incidenti non ha risparmiato neppure polemiche fra i corridori su chi, all’interno del gruppo, è responsabile delle cadute. Sul banco degli imputati i materiali (gomme troppo gonfie e ruote in carbonio a profilo alto). Ma anche gli occhiali, che limitano la visuale e creano notevoli problemi. Ma per lo sponsor si fa tutto…

«Se le squadre degli uomini di classifica tengono un ritmo tanto alto è normale che si voli così spesso – spiega Arthur Vichot, 22 anni, atleta della FDJ al primo Tour. – Tante volte durante la corsa rienza del singolo autista come lo stesso Johnny Hoogerland, chi riconosce che in un carrozzone come il Tour ogni tanto il povero ciclista deve sopportare come la maggior parte dei francesi. E chi ricorda a tutti che la corsa è quella delle bici e non delle auto come Luis Leon Sanchez.

Resta il fatto che al Giro d’Italia le auto che hanno diritto a entrare in corsa sono 71, al Tour 133, quasi il doppio. È vero che la Grande Boucle è più seguita e ricca, ma la sicurezza dei ciclisti deve essere un valore imprescindibile di ogni corsa, piccola o grande che sia.

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tuttoBICI è un mensile dedicato al ciclismo agonistico. Nato nel 1995, dal 2014 ha operato la scelta digitale. In libreria il 1° di ogni mese, dedica spazio a campioni e storie di tutte le categorie, dagli Esordienti ai Prof, raccontate da firme d’eccellenza